Thalass, in ogni piatto vive una storia diversa

Scritto da Rocco Rossitto ,
il 14 settembre 2017

Ascolta la domanda, guarda, sospira serio e poi: “Immagino Thalass tra dieci anni come una realtà da dirigere dalla veranda, chiamando i ragazzi che collaborano con me evitando così io di far visita a  tutti gli chef e ingrassare di continuo“. Poi si trattiene un attimo, ma non resiste, nel viso si illumina una risata. “Scherzo, scherzo, questa la tagli vero? Immagino sempre in evoluzione Thalass, immagino il piatto che farò tra dieci anni ancora più bello del piatto che faccio oggi“.

Immagino sempre in evoluzione Thalass, immagino il piatto che farò tra dieci anni ancora più bello del piatto che faccio oggi

Alessandro Di Rosa è così e chi lo conosce lo sa benissimo: ironico, dalla battuta pronta, il linguaggio colorito e una viscerale passione per il suo lavoro e i suoi piatti. Con lui abbiamo scambiato quattro chiacchiere su Thalass, la bottega del vetro che crea i piatti usati dagli chef stellati e non solo. Qualche nome: Ciccio Sultano, Pino Cuttaia, Vincenzo Candiano, Wicky Priyan, Carlo Cracco, Accursio Craparo, Peppe Barone, Claudio Ruta, Massimo Mantarro e molti altri ancora. Se i piatti per gli chef sono il centro dell’attività, intorno ruotano linee di oggetti d’arredo per la tavola e non solo. Il vetro come unico materiale d’espressione. Alessandro inizia a lavorarlo nel 1995 e il suo è un laboratorio artistico e del restauro che nel 2007 diventa Thalass e inizia un percorso che anno dopo anno lo porta ad essere un punto di riferimento e una eccellenza artigiana di base a Modica.

Alessandro, partiamo da qui: qual è il piatto che non hai mai fatto e che vorresti fare?

Sicuramente il piatto che farò domani.

Da dove nasce Thalass?

Thalass nasce per caso, anche grazie all’incontro con Franco Ruta e l’amore per il cibo che è riuscito a trasmettermi. Il mio amore per il cibo era “normale”, come quello che abbiamo tutti, lui però mi ha trasmesso l’amore per il cibo che va oltre. Ho iniziato il viaggio con lui, ho iniziato a conoscere gli chef. Io andavo a mangiare nei loro ristoranti, per la curiosità di provare i loro piatti. Così ho capito che potevo dare un apporto al loro lavoro e loro potevano dare un aiuto al mio. Inizialmente ero convinto che un piatto Thalass potesse essere completo solamente con il cibo degli chef o di chi ama la ristorazione. Ora non è più così perché un piatto Thalass può andare anche su un tavolo da casa, come complemento d’arredo.

Perché Thalass?

Ogni sfumatura di un Thalass interpreta una storia sempre diversa, ogni pennellata racconta la vita di colui che lo ha immaginato, di colui che lo ha poi concretamente realizzato. Thalass è un connubio tra me e lo chef. Lui lo pensa io lo realizzo, insieme. Non è stato semplice trovare il nome. Thalass è il mar mediterraneo in greco, è una sfumatura sottile, un gioco di parole, un gioco di parole sbagliate. Non è vero quello che dico, ma esiste. Thalass significa mar mediterraneo, mare piatto trasparente.

Ogni sfumatura di un Thalass interpreta una storia sempre diversa, ogni pennellata racconta la vita di colui che lo ha immaginato, di colui che lo ha poi concretamente realizzato

 

Come nasce un tuo piatto?

Il processo iniziale è un processo di conoscenza, tra me, gli chef e Thalass. Un processo di conoscenza della nostra esperienza, di come lavoriamo. Adesso il rapporto è abbastanza fluido ed entro in contatto sempre con nuove realtà interessanti, in Italia e all’estero grazie a Francesco Padova, come ad esempio a Seul o in Cina, adesso stiamo lavorando su Dubai e Praga. I piatti di Thalass nascono attorno al contenuto che ospiteranno. La differenza tra i miei piatti e i piatti standard è che tutto viene fatto su misura. È nostra cura evitare che ci siano errori o scelte sbagliate, quindi affianchiamo lo chef su questo. La cosa bella è che non solo non c’è mai un piatto uguale a se stesso, ma per ogni piatto c’è uno scambio che rende unica la produzione.

 I piatti di Thalass nascono attorno al contenuto che ospiteranno

Come avviene appunto, la produzione?

Per realizzare un nostro piatto ci vogliono circa 48h ed una doppia cottura in forno. Inoltre quello che potrebbe essere un punto debole è il nostro punto di forza: non esistono due piatti uguali Thalass. Ogni piatto è unico, con delle lievi differenze magari quando appartiene alla stessa linea, ma mai identico a se stesso.  Così consegniamo agli chef piatti unici che esaltano la loro creatività.


Consegniamo agli chef piatti unici che esaltano la loro creatività.

Chi è stato il primo chef con cui hai collaborato?

Il primo chef con cui ho collaborato è uno chef molto importante e molto pignolo per fortuna. Con Pino Cuttaia ho iniziato in salita, un grande banco di prova. Mi ha chiesto un piatto per la Razza, che è un pesce che si adagia sul fondo e lì mi ha messo in difficoltà perché ho dovuto pensare e capire cosa fare e come farlo. Alla fine, dopo mesi di lavorazione, è venuto fuori un piatto in cui disidratiamo la sabbia e la inseriamo tra due vetri. La sabbia fonde a 1500/1600 gradi, noi fondiamo i piatti a 800 e così la sabbia che rimane dentro è viva e itinerante quando muovi il piatto. È venuto fuori un piatto straordinario ed il gusto ovviamente era strabiliante. Ecco, quel piatto ha avuto un sacco di riscontri in tutta Italia.

E poi una collaborazione agli inizi molto importante per me è stata quella con Corrado Assenza e con i suoi consigli. Per esempio, una volta mi disse: “Che bello che il colore non è mai uniforme, così ogni tuo piatto sarà diverso” e quello è stato un momento iniziale di svolta.

Quindi capita che piatti pensati per uno chef vengano poi venduti ad altri chef o chi voglia comprarli?

Certo, Vincenzo Candiano  ad esempio han una linea sua pensata e realizzata con lui che viene commercializzata anche ad altri chef. Non tutti lo fanno, invece ha un senso e funziona, infatti anche con Ciccio Sultano è realizzata una linea personalizzata.

Se ti chiedo di pensare a degli chef lontani geograficamente da te ma vicini a te con cui hai collaborato?

Penso a Piero Selvaggio che è vicino perché modicano, ma lontano perché vive e lavora a Los Angeles. Poi uno chef a cui io sono molto legato perché i miei piatti sembrano nascere per le sue cose è Wicky Priyan di Milano. Non è giapponese, ma ha vissuto in giappone e opera a Milano e tutte le cose che fa mi piacciono tantissimo e ci siamo conosciuti casualmente: è venuto a visitare Modica con degli amici e in qualche modo ci siamo incontrati.

C’è questo entusiasmo nel creare oggetti da collezione che diventano un’altra storia.

Collabori solo con chef?

No. Ad esempio ho lavorato con Fabrizio Foti  che è un architetto di Roma, ma vive a Palazzolo Acreide e ha scritto diversi libri. Lui ha una mano bellissima, si sposa benissimo con i lavori che facciamo. Con due linee ti concretizza una idea. Con lui ho realizzato la linea Tender Wine con articoli dedicati al servizio del vino. Ora sto iniziando a collaborare con designer e architetti a Milano,  loro mi danno le loro idee e c’è questo entusiasmo nel creare oggetti da collezione che diventano un’altra storia. Un servizio per casa, oggetti unici, altro. A breve collaborerò con un architetto di Tel Aviv su un progetto molto importante. Ancora, sto anche collaborando ad un progetto molto interessante con l’artistica e amico Giovanni Robustelli che molto presto vedrà la luce.

Posso aggiungere inoltre una cosa?

Sì certo.

Sono tante le persone che sono state importanti nel mio percorso, ma ci tengo particolarmente a ringraziare il fotografo Carmelo Poidomani e Andrea Baglieri di Bomastudio, con loro c’è una fortissima sintonia artistica.

Perché solo il vetro e non altri materiali?

O fai una cosa o la fai bene o rischi di fare minchiate. Ops.

Tranquillo Alessandro, taglio anche questa.

 

 

Crediti fotografici: Carmelo Poidomani, Giuseppe Casaburi

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