Auto da fè, Giovanni Robustelli in mostra a Modica

Scritto da Antica Dolceria Bonajuto ,
il 26 Giugno 2019

“La maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura”. R.M.Rilke 

Dal 2 al 28 luglio, presso l’ex Convento del Carmine di Modica, la retrospettiva di Giovanni Robustelli dal titolo Auto da fè. Una mostra molto importante perché espone alcuni fra i lavori più rappresentativi realizzati in questi ultimi anni dall’artista di Vittoria. La mostra sarà visitabile dal martedì alla domenica dalle 17 alle 21 (lunedì chiuso). Il costo d’ingresso è di 2 euro.

La mostra è a cura di Paolo Nifosì, Giovanni Blanco e Tonino Cannata. Alle loro parole, che riportiamo sotto, non vogliamo aggiungere altro se non esprimere il piacere di poter sostenere l’opera di un artista che apprezziamo e stimiamo molto.

Metamorfosi
Più mi avvicino all’opera di Robustelli e più mi intrigano le sue opere, sempre più convinto di trovarmi davanti ad un talento talentuoso (mi si passi questo giustificato giuoco di parole), complesso nei suoi lavori che hanno una freschezza e una fragranza contemporanea, ma che nello stesso tempo hanno molteplici ascendenze sia letterarie che storico artistiche. E vorrei partire da queste ultime. Sono due le preminenti aree di riferimento: il Simbolismo di fine Ottocento e l’esperienza barocca, momenti che di per sé hanno elementi in comune: la linea e il colore in movimento e il mito, sia esso quello politeistico del mondo antico, sia quello che si lega al mondo religioso cristiano-cattolico.

Robustelli narra, racconta, procedendo per cicli pittorici, traendo stimoli dalla Medea di Pasolini, dal Flauto Magico di Mozart, dal Don Chischiotte di Cervantes, dall’Amleto di Shakespeare, dalle Metamorfosi di Ovidio, da Alice nel paese delle Meraviglie di Lewis Carroll, da un’opera teatrale di Carmelo Bene, con rimandi diretti per i temi dei personaggi evocati e rimandi indiretti per la forma.

Artista onirico e autore di un mondo fantastico, ha molti tratti in comune con suoi contemporanei compagni di strada a partire dai graffitisti, dal fenomeno Banksy, dai tanti muralisti che attualmente stanno per intervenire in tutti i paesi dell’universo mondo. Dalla sua ha un possesso non comune del disegno, della linea come segno continuo o come segno che costruisce alla maniera dei classici, e mi affiora nella mente il nome di Dürer per certi versi, ma l’elenco in tal senso sarebbe molto lungo.

A questo dato costruttivo e plastico insieme si sovrappone spessissimo il leggero colore dell’acquerello, una sorta di velo policromo, fluido e leggero, che consente di rendere la metamorfosi: sì, perché Robustelli è mago nelle metamorfosi, nel mettere insieme più personaggi, in una sorta di spazio fatto soltanto di colore, riuscendo a dare consistenza e profondità quel tanto da rendere veri i personaggi, dando a soggetti scritti in tempi remoti volti pensati con fattezze contemporanee.

 

Robustelli narra, racconta, procedendo per cicli pittorici, traendo stimoli dalla Medea di Pasolini, dal Flauto Magico di Mozart, dal Don Chischiotte di Cervantes, dall’Amleto di Shakespeare, dalle Metamorfosi di Ovidio, da Alice nel paese delle Meraviglie di Lewis Carroll, da un’opera teatrale di Carmelo Bene

 

Le occasioni sono molteplici: da una poesia di Montale trae spunto per un’anguilla che si insinua tra le gambe femminili di una sorta di sirena, con un paesaggio urbano a distanza; dall’Odissea recupera la maga Circe con i compagni di Ulisse trasformati in porci, dal Don Chisciotte, attraversato in lungo e in largo, con il protagonista del romanzo su un cavallo in corsa che sembra essere evocato da Dulcinea, la contadina amata pensata come principessa.

E ancora una metamorfosi è quella della naiade Dafne che per sfuggire ad Apollo si trasforma in albero di alloro: la metamorfosi di Dafne inizia dalle gambe, da un braccio e dai capelli. Tema su cui è tornato più volte è il libretto del Flauto magico musicato da Mozart.

Troveremo il principe Temino aggredito da un drago mentre si trovava in un bosco per cacciare: il mostro con la testa puntuta sta per avvicinarsi al volto cieco di Temino: l’acquerello tra blu, azzurri, rossi, verdi e marrone rende il groviglio dell’assalto. Troveremo Sarastro, sacerdote del tempio della Saggezza, rappresentato con il cerchio del sole dai sette raggi, con le due dita in segno di vittoria, mentre la fluente barba scende come acqua, terra, aria e fuoco, portato da un carro trionfale da sei leoni, allusivi dei continenti.

Nell’ambito della mitologia religiosa ha affrontato storie della vita di San Giorgio, patrono di Ragusa e di Modica, delle sante siciliane, Santa Rosalia, e Sant’Agata. Disegnatore di non comune abilità, con la grafite o con la penna a sfera, costruisce miniaturisticamente le immagini di Medea, nella versione del film di Pier Paolo Pasolini, ed in questo caso sono tanti i maestri cui poter fare riferimento, siano essi gli italiani del Rinascimento, o i fiamminghi o i tedeschi o i francesi, in questo avendo eccellenti comprimari che prevalentemente si manifestano nelle incisioni e con ben altri risultati negli oli e nei pastelli utilizzati con maggiore libertà e immediatezza, con pennellate libere; un fare in queste opere che ricorda un certo espressionismo fauve o una certa aria viennese, klimtiana.

La Medea pasoliniana dà occasione a Robustelli di insistere sui suoi abiti regali, abiti di scena disegnati da Tosi, nelle due varianti tecniche (penna a sfera e olio), con la profusione di gioielli che ricorda la Teodora del San Vitale di Ravenna: un personaggio nato e cresciuto in una società tribale che indossa una veste lunga, scura, da regale donna greca. Di Santa Rosalia racconta dell’apparizione ad un cacciatore su Monte Pellegrino, del ritrovamento delle reliquie della santa e della fine della peste a Palermo. Si respira, nel complesso aria letteraria fiabesca che non guasta in tempi in cui spesso è andata al macero la storia e la continuità.
Paolo Nifosì

 

Auto da fé è il titolo che si è voluto dare a questa mostra di Giovanni Robustelli.
Titolo preso in prestito dalla raccolta di scritti di Eugenio Montale – oltre novanta articoli sull’arte, sulla poesia e sulla società – uscita per la prima volta nel 1966.
Per quell’occasione il poeta ci invitava a considerare questo suo grande viaggio letterario in cui “…il tempo cronologico non sempre coincide col tempo psicologico” e, in una certa misura, queste parole ci aiutano a scandire meglio il percorso espressivo di Robustelli.
Nelle sale dell’ex Convento del Carmine l’artista mette in scena un dispositivo pittorico vertiginoso e circolare, in cui tutte le forme slittano da un linguaggio all’altro (oli, acquerelli, penne, grafiti, installazioni luminose, live painting), e che a me pare segnato dal fuoco, dove a farla da padrone vi è il disegno. È a questa lingua che l’artista si concede maggiormente, ed è con essa che ogni volta si verifica uno spaesamento temporale, come fosse uno sciamano che sa intercettare energie originarie, per affondi e visioni in grado di allargare il proprio campo coscienziale. Anche quando si misura con la pittura, col colore, ciò che va rappresentando è sempre legato al segno, che ne costituisce l’impalcatura poetica.
Tanti sono i temi a cui ha dedicato negli anni parole e forme: pensiamo alla Medea tratta dal film di Pasolini, alla serie dedicata al Flauto Magico di Mozart o all’omaggio a Cervantes e al suo visionario Don Chisciotte; ma darne qui contezza dell’intero catalogo sarebbe impossibile e implicherebbe una scrittura d’altro tipo.
Ad osservare bene il lavoro di Robustelli, ci viene il sospetto che egli viva la storia, le emozioni e il contatto con la realtà come fosse scosso da continui terremoti interiori, perché rapito dalla malia delle tante muse a cui profondamente s’è concesso.

 

L’arte di Robustelli è funambolica, attraversata dallo spazio del sogno, sempre in bilico, scivolosa e magmatica, spudorata e potentemente erotica, in continua dialettica tra ciò che è portato a resistere e ciò che invece svanisce.

L’artista è consapevole che ogni atto creativo deve sottostare alle leggi paniche del proprio viatico, in cui scoperta e smarrimento diventano la cifra autentica del fare.
Spalancare l’orizzonte per accostarsi al nascosto, all’intrattabile, per dialogare con la materia ustionante del mondo, salvando il mistero. Per farlo bisogna essere nell’abbandono, come amava dire Carmelo Bene, autore che il Nostro considera uno tra i suoi più alti punti di riferimento.
L’arte di Robustelli è funambolica, attraversata dallo spazio del sogno, sempre in bilico, scivolosa e magmatica, spudorata e potentemente erotica, in continua dialettica tra ciò che è portato a resistere e ciò che invece svanisce.
Ad aprire ulteriori finestre di senso in mostra troviamo, per una rinnovata stima che Robustelli ama indicarci, alcune tracce esterne e significative che incontrano il suo itinerario esistenziale, narrandone la sua poliedrica natura: un intenso ritratto fotografico di Giuseppe Giordano, un piccolo saggio di riprese realizzate da Vincenzo Cascone, nelle quali l’artista improvvisa e cortocircuita col jazz di Francesco Cafiso o con le canzoni di Giovanni Caccamo e infine, su mia indicazione, un disegno rizomatico e infestante a pavimento, dalle tinte sature, collocato lungo il corridoio principale.
Una mostra tentacolare, pluridirezionale, aperta alle interferenze che ci riporta nuovamente ai versi del poeta genovese, quando nella poesia Dissipa tu se lo vuoi declama: “…Non sono che favilla d’un tirso. Bene lo so: bruciare, questo, non altro, è il mio significato.”
Giovanni Blanco

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