Tra continuità e novità / Dai Bonajuto ai Ruta

Scritto da Antica Dolceria Bonajuto ,
il 27 Giugno 2017

Il brano di seguito pubblicato è tratto dal libro Storia della cioccolateria più antica di Sicilia. Scritto da Giovanni Criscione. Edito da Edizione d’Arte Kalós nel 2013.


Il 19 dicembre 1932 nell’Archivio notarile di Modica, alla presenza del coadiutore capo delegato Raffaele Livia, il commerciante Giorgio Nicastro chiese che si aprisse il testamento di Francesco Bonajuto, depositato il 12 settembre 1923. In quel giorno di settembre di nove anni prima, il dolciere, forse temendo un delitto per mano fascista, aveva dettato le sue ultime volontà al notaio Nunzio Lombardo davanti a quattro testimoni: il Nicastro già citato, il possidente Giorgio Amore, il cameriere Giuseppe Scifo e il falegname Ignazio Pulino.
All’apertura del testamento si apprese che il dolciere lasciava alla moglie tutto il suo patrimonio mobiliare e immobiliare, crediti, azioni e ragioni, denari, suoi rappresentativi, generi, mobili, mobilia tutto compreso, nulla eccettuato.

Tale patrimonio, che comprendeva anche il Caffè Roma, nel 1932 fu stimato in 11.566,80 lire. Sull’eredità, però, gravavano i debiti contratti da don Ciccio con le sue attività filantropiche.

Nel luglio 1934 l’ufficiale giudiziario della pretura di Modica notificò alla vedova Bonajuto un’ingiunzione a pagare entro cinque giorni la somma – per l’epoca notevolissima – di mille lire più le spese di notifica, pena l’esecuzione di un pignoramento mobiliare, a favore di Corradina Fratantonio, commerciante. Si trattava di somme che il defunto dolciere aveva anticipato per amici e parenti e che non erano state più restituite. Nella fattispecie, la somma era dovuta per una fideiussione di Bonajuto a favore di Luisa e Pietro Bittordino, rivelatisi poi insolventi. Ben presto si fecero avanti anche altri creditori. Gli eredi furono costretti a onorare i debiti: fatto questo che, unito alla stretta sui consumi legata alla crisi di quegli anni, portò la famiglia a un passo dalla bancarotta. Per salvare l’azienda, Carmela Di Martino dovette vendere alcune proprietà, tra cui l’abitazione posta sopra il laboratorio, e adattarsi a vivere in una stanza in affitto in uno stabile poco distante dalla dolceria.

All’apertura del testamento si apprese che il dolciere lasciava alla moglie tutto il suo patrimonio mobiliare e immobiliare, crediti, azioni e ragioni, denari, suoi rappresentativi, generi, mobili, mobilia tutto compreso, nulla eccettuato.

 

La clientela cominciò a scarseggiare. Con le politiche deflattive del regime fascista, i prodotti dolciari e il cioccolato ritornarono a essere generi di lusso. Nonostante l’attenzione normativa al settore cioccolatiero, l’autarchia portò al contingentamento delle importazioni di cacao. Le quote di cacao furono assegnate per via amministrativa e ripartite proporzionalmente secondo la produzione dichiarata da ogni impresa nel 1934. Ciò costrinse il Caffè Roma a limitare la produzione di cioccolato e a puntare su quella di dolci e torroni a base di miele e mandorle, di produzione locale.

Nel 1928-29, secondo i dati rilevati dalla Federazione Provinciale Fascista degli Agricoltori, esistevano a Modica più di 4 mila piccoli produttori di miele per una produzione complessiva annua di 4414 quintali di miele e 2200 di cera. Il miele raggiungeva quotazioni di 550- 600 lire al quintale. Per le mandorle, invece, si partiva da 300 lire il quintale. Se il miele era destinato al consumo locale, tutta la produzione di mandorle (circa 3 mila tonnellate l’anno) prendeva la via di Francia, Germania e Stati Uniti d’America. Particolarmente ricercate erano le mandorle del tipo “pizzuta” e “romana”. La mandorla sgusciata intera (intrita) era utilizzata per la produzione di confetti, dolci e torroni bianchi o abbrustoliti.

Laboratorio Bonajuto, un momento della lavorazione della frutta martoriata, 1938. Da Sinistra: Carmelo Ruta, il lavorante Giovanni Sferrino, Carmela Di Martino vedeva Bonajuto, Rosa Di Martino

Il deficit economico e la contrazione dei consumi erano solo alcune delle incognite che la vedova del dolciere si trovò ad affrontare. La scomparsa del titolare aveva sollevato il problema della gestione dell’azienda. Per un breve periodo fu Carmela Di Martino a dirigerla, con l’aiuto dei garzoni. La donna, se possedeva il temperamento per gestire l’attività, non aveva però le necessarie conoscenze tecniche per mandare avanti il laboratorio. Ben presto, però, la donna si rese conto che occorreva una continuità per il futuro. Cessare l’attività significava porre fine all’unica fonte di sostentamento per la famiglia e disperdere un patrimonio secolare di esperienze e conoscenze. Così, nel dicembre 1939 la vedova affidò all’avvocato Stefano Rizzone Viola il compito di predisporre i documenti necessari per adottare Rosa Roccaro di Antonio e Rosaria Sferrino, nata a Modica il 28 agosto 1914, nubile.

A Rosa andava la proprietà dei beni della famiglia Bonajuto, mentre la vedova di don Ciccio se ne riservava l’usufrutto.

La giovane orfana apparteneva a una famiglia poverissima. La condizione di orfana risulta ufficialmente dai documenti della pratica di adozione. In realtà, il padre della ragazza era emigrato negli Stati Uniti d’America, abbandonando la famiglia. Secondo i dati del registro degli emigrati giunti sull’isola di Ellis Island, un Antonino Roccaro sbarcò a New York nell’aprile 1914 dal piroscafo Canada proveniente da Palermo. L’uomo, originario di Modica, era diretto dal cugino Vincenzo Calabrese che abitava in Connecticut, a Bridgetown. I solerti agenti dell’ufficio immigrazione annotarono che Roccaro aveva in tasca solo 25 dollari per raggiungere il parente, era in buona salute fisica e mentale, non presentava nessuna deformità, menomazione o segni particolari; aveva carnagione, capelli e occhi scuri, era alto un metro e sessanta e aveva 25 anni. Il documento precisa, inoltre, che l’uomo non era mai stato in America, che non era poligamo né anarchico e che era regolarmente sposato nella patria d’origine. Era il 7 aprile. Rosa Roccaro sarebbe nata quasi cinque mesi più tardi senza mai conoscere il padre, di cui non si ebbero più notizie.

Fin dall’infanzia, Rosa era cresciuta con i coniugi Bonajuto. Carmela Di Martino, oltre a volerle «un bene da madre» – si legge nell’istanza per il decreto di adozione – era proprietaria dell’«avviatissimo laboratorio e rivendita di dolci sotto il nome di “Ditta Francesco Bonajuto” a lei pervenuto in eredità dal marito» e di «vari beni immobili», che avrebbero potuto garantire un futuro migliore alla giovane. Seguendo la volontà di don Ciccio, Carmela aveva redatto un testamento datato 1o luglio 1936 che istituiva Rosa «erede universale di tutti i suoi beni mobili e immobili, senza nulla eccettuare ed escludere». Tra le carte dell’adozione, figura – segno dei tempi – anche l’atto comprovante che le parti «appartennero e appartengono alla razza ariana». A Rosa andava la proprietà dei beni della famiglia Bonajuto, mentre la vedova di don Ciccio se ne riservava l’usufrutto.

In primo piano Rosa Di Martino e Carmela Di Martino vedova Bonajuto, in secondo piano Carmelo Ruta davanti alla dolceria, anni ’40.

La giovane Rosa diventava proprietaria di un immobile in via Stella, di una casa palazzata in via Garibaldi e di un appartamento al secondo piano in uno stabile di via Posterla e, soprattutto, della dolceria.

Rosa era fidanzata con Carmelo Ruta, un giovanotto alto, dai capelli crespi, gli occhi castano chiaro e i baffi, uno dei più capaci e fidati collaboratori di Francesco Bonajuto.

L’adozione della Roccaro, se esaudiva un antico desiderio di don Ciccio Bonajuto, risolveva solo in parte il problema della continuità dell’azienda. La giovane, infatti, non possedeva le competenze tecniche necessarie per portare avanti il laboratorio dolciario. Fortunatamente, Rosa era fidanzata con Carmelo Ruta, un giovanotto alto, dai capelli crespi, gli occhi castano chiaro e i baffi, uno dei più capaci e fidati collaboratori di Francesco Bonajuto. Ciò probabilmente risultò determinante nel far sì che la ragazza ereditasse l’attività che era appartenuta ai Bonajuto per tre generazioni.


Clicca qui per visualizzare l’indice dei capitoli


 

Articoli della stessa Categoria

Newsletter Bonajuto

Vuoi ricevere la nostra newsletter mensile dove segnaliamo novità e informazioni che ci riguardano?

Sì, lo voglio