Tra continuità e novità / Testimonianze letterarie del dopoguerra

Scritto da Antica Dolceria Bonajuto ,
il 29 Giugno 2017

Il brano di seguito pubblicato è tratto dal libro Storia della cioccolateria più antica di Sicilia. Scritto da Giovanni Criscione. Edito da Edizione d’Arte Kalós nel 2013.


Nella joie de vivre del dopoguerra il Caffè Roma riacquistò l’antico splendore. Divenne non soltanto un’oasi per golosi e buongustai ma anche un luogo di ritrovo per viaggiatori, politici, intellettuali, artisti e gente comune. Il cortile ombreggiato e fresco d’estate, l’ambiente accogliente, unito alle fragranze e ai profumi del laboratorio dolciario e all’aroma di quel cioccolato «di inarrivabile sapore» da sgranocchiare o da sorbire in tazza, fecero sì che la dolceria Bonajuto entrasse prepotentemente nella pubblicistica e nell’immaginario letterario non solo locale.

Non soltanto un’oasi per golosi e buongustai ma anche un luogo di ritrovo per viaggiatori, politici, intellettuali, artisti e gente comune.

Franco e Carmelo Ruta (1985)

La proverbiale generosità di don Ciccio Bonajuto, per esempio, fu immortalata dallo scrittore modicano Raffaele Poidomani (1912-1979) nel racconto Il biscotto di legno (apparso nel volume Tempo di scirocco, 1971), uno dei più belli usciti dalla sua penna. La novella si riallaccia alla saga della caduta e del declino dell’aristocrazia siciliana, un tema caro all’autore di Carrube e cavalieri. Il racconto, ambientato a Modica e popolato di personaggi reali seppur trasfigurati letterariamente, narra la fine del vecchio marchese del Burgio, «onusto di titoli nobiliari, ma assolutamente privo di quelli azionari». Al nobile decaduto, costretto a mascherare la propria indigenza facendo mostra d’intingere un berlingozzo di legno in una tazza d’immaginaria cioccolata dietro le vetrate polverose del suo palazzo, don Ciccio Bonajuto regala gli ultimi scampoli di felicità, in una vita oramai avara di bei momenti, facendogli recapitare a casa nel giorno di Natale un «vassoio fumante» sul quale troneggiava un’imponente cioccolatiera stile liberty, dalla quale un cioccolato emanava nebbia densa ed aroma incantevole; in un canto un numero non calcolabile di berlingozzi, uno più grande dell’altro.

La generosità del caffettiere, nel racconto, traluce anche dal contrasto con l’ipocrisia delle dame di San Vincenzo, preposte alla carità verso i poveri, ma che per un malinteso senso morale scambiano per un vizio quello che è invece un innocente vezzo del marchese. Don Ciccio, «malgrado fosse socialista militante», conservava un grato ricordo del blasonato vecchietto «che lo aveva aiutato a far fiorire il locale, fra i clienti migliori e più splendidi», e che comperava torte senza badare a spese per mandarle alle ballerine di rivista sulle scene del Teatro Garibaldi.

Lo scrittore comisano Gesualdo Bufalino, nel romanzo autobiografico Argo il cieco ovvero i sogni della memoria (1984), ambientato a Modica, ne fece l’asilo del protagonista – un insegnante d’italiano travolto da una passione amorosa per Venera, una sua allieva – in una giornata di pioggia, nell’estate felice del 1951.27

“Un cioccolato fondente di due tipi – alla vaniglia, alla cannella – da mangiare in tocchi o da sciogliere in tazze: di inarrivabile sapore, sicché a chi lo gusta sembra di essere arrivato all’archetipo, all’assoluto” Leonardo Sciascia

Passando dalla finzione letteraria alla saggistica, Leonardo Sciascia, assiduo frequentatore della dolceria, nel saggio La Contea di Modica (1989) tessè le lodi di un cioccolato fondente di due tipi – alla vaniglia, alla cannella – da mangiare in tocchi o da sciogliere in tazze: di inarrivabile sapore, sicché a chi lo gusta sembra di essere arrivato all’archetipo, all’assoluto, e che il cioccolato altrove prodotto – sia pure il più celebrato – ne sia l’adulterazione, la corruzione.

Carmelo Ruta durante la lavorazione dell’aranciata nel laboratorio Bonajuto (anni ottanta)

Ma il rapporto tra lo scrittore di Racalmuto e il cioccolato Bonajuto era molto più intenso, come emerge dai ricordi della giornalista Marcella Smocovich, che fu sua collaboratrice per quasi quindici anni e lo accompagnò nei suoi tour gastronomici a Modica. Sciascia, racconta la giornalista, amava Modica per le sue bellezze architettoniche, la sua anima spagnola e per il cioccolato, che magnificava nelle cene tra scrittori e intellettuali. Amava anche l’empanadilla, la sottile sfoglia ripiena di carne e cioccolato: un dolce nutriente e di lunga conservazione che considerava dolce da viaggio, «dell’epoca di quando si partiva dalla Castiglia per arrivare alla Contea di Modica».

Lo scrittore modicano Franco Antonio Belgiorno ha dedicato diverse pagine alla dolceria Bonajuto. Nello Zibaldone estero e casereccio (1979), lo descrisse come un «antro di liccumie»: In quel localuccio poco illuminato ma eternamente profumato di cannella e di mandorle, si incontrava la gente più in gamba della nostra provincia. Sembrava di essere al Caffè Greco o in qualunque altro posto che non fosse Modica e quindi maledetta provincia. Si parlava di politica e di letteratura, di musica e di teatro e si aveva la possibilità […] di apprendere tante buone cose.

Il caffè era, insomma, un tempio e ghetto di intellettuali e socialisti, riuniti sempre agli stessi orari, come un girare di stagioni che era sempre uguale, [dove] faceva bella mostra il grande bancone con la vetrina dalla quale si vedevano i pasticcini e i cannoli e, accanto, la cassa con la signora Bonaiuto [sic] per prima, e poi il signor Carmelo Ruta, che assommò al suo sorriso la bontà e la pazienza, sorelle entrambe di una vecchia educazione. […] Ad entrare erano il Giudice della Corte di Assise, l’Avvocato di grido che difendeva un povero delinquente e si tirava dietro un codazzo di ammiratori e parenti, il Professore che presiedeva agli esami del Liceo e che veniva osannato a seconda delle cifre sulle pagelle, ma anche i famosi artigiani che commentavano i temi della politica mondiale, convinti com’erano di mettere a posto il mondo.

Il balletto delle forme di latta, di circa tredici centimetri di lunghezza e quattro di larghezza, dove si mette la pasta calda ultimata

Belgiorno, inoltre, descrisse sull’inserto gastronomico de «La Stampa» (1986) quel cioccolato dal sapore «terrigno» e «inconsueto» che si preparava con una «gestualità antica» e che costituiva «una curiosità dolciaria unica in tutta Italia». La parte più pittoresca della preparazione riguardava, a suo dire, il balletto delle forme di latta, di circa tredici centimetri di lunghezza e quattro di larghezza, dove si mette la pasta calda ultimata. In un volo di mani le forme vengono sbattute dai garzoni di dolceria su grandi piani di marmo e contemporaneamente, affinché la pasta si assesti ed impedisca il formarsi di bollicine d’aria. Ultimata questa fase, la cioccolata si fa raffreddare del tutto, acquistando un colore lucido di terra su cui, come piccoli brillanti, fa capolino lo zucchero.

Modica, veduta aerea

Il documentarista Emanuele Marino nel taccuino di viaggio intitolato Pellegrinaggi nella Sicilia sconosciuta, descrisse il Caffè Bonajuto «insaccato in una tasca del Corso»:D’estate quando il sole discreto s’infila dappertutto, riesce a farla franca e anzi lo provoca a duello, sicuro di vincere.

Era il caffè del momento, quello che risucchia al Corso il più numeroso e vario campionario di tipi; […] è un asilo dove ciascuno si sente come a casa sua, signore che intrattiene gli amici. A qualunque ora ci capiti, le parti del paese vi sono rappresentate.

L’interno era accogliente, con le sue pareti di fòrmica verde e le luci accese anche di giorno. I frequentatori erano studenti, intellettuali, operai, “vitelloni”, rubacuori, damerini e anche «qualche prete giacobino». Bonajuto – osservava – era il più interclassista dei caffè perché lo spirito di tolleranza e il senso dell’autocritica smussano le angolosità che altrove ostacolano i contatti fra le classi sociali, le mentalità e i credi politici differenti.

Bonajuto – osservava – era il più interclassista dei caffè perché lo spirito di tolleranza e il senso dell’autocritica smussano le angolosità che altrove ostacolano i contatti fra le classi sociali, le mentalità e i credi politici differenti.

Il clima liberale faceva onore alla democraticità di don Carmelo, il quale, pur evitando l’impegno nella politica attiva e qualsiasi coinvolgimento diretto, era notoriamente socialista. Per convinzione, ma anche per un’estrema forma di riguardo nei confronti del suocero. Ruta, gentilissimo, dirigeva il locale con raro tatto. Egli era «il fantasma del Caffè». Dietro il banco, in un angolo, vi era la signora Bonajuto, con il suo contegno austero: «non le sfugge nulla ma discretamente fa le mostre di non accorgersi di niente». Poi c’era don Carmelo [Solarino, n.d.a.] il capo cameriere, che si spostava da un tavolo all’altro come se «il suolo gli facesse il solletico alle piante e pendola qua e là in un incantevole esercizio di equilibrismo».

Nel 1972 Enzo Sipione, medievista dell’Università di Catania, in una storia sociale della città attraverso i suoi caffè apparsa a puntate sul periodico «La Voce di Modica», dedicò un bell’articolo al Caffè Bonajuto (Mezza granita di caffè con… Marx). Nei piccoli comuni, scriveva, la politica si fa nelle sezioni di partito, ma anche nei caffè. C’era una bella differenza – anche sociale – tra l’essere clienti del Caffè Unione o del Caffè Bonajuto. Il primo era frequentato da “cavalieri” e nobili; il secondo da socialisti e marxisti, come Sipione.

La Camera del Lavoro ubicata nella sua stessa viuzza, la sezione del partito comunista situata là vicino, l’avvocato Nifosì, l’avvocato Finocchiaro, il caro Nannino [Ragusa, n.d.a.] e Meno Marfa fecero sì che le mie rare sortite per il corso avessero come tappa la Bonajuto. […] Come le località di Zimmerwald e Kienthal erano stati punti d’incontro per la Internazionale socialista, la Bonajuto fu il punto d’incontro del nostro socialismo paesano degli anni Cinquanta. […] Quello non era né un circolo politico, né tanto meno l’anticamera della stanza dei bottoni: era una scuola di serietà e di vita, dove avvocati e professori, artigiani e operai ritrovavano il gusto della conversazione.


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