Di là dall’ombra. In dialogo con Franco Antonio Belgiorno

Scritto da Antica Dolceria Bonajuto ,
il 27 Dicembre 2019

Il 30 dicembre, al Nuovo Cineteatro Aurora di Modica, alle ore 21.00 e ad ingresso libero, verrà proiettato il documentario  dal titolo Di là dall’Ombra. Un dialogo con Franco Antonio Belgiorno.

Scrive Emilio Cicciarella:Giovanni Modica Scala scomoda i preziosi archivi di famiglia e, tra filmati d’epoca e testimonianze, ne vivifica la condizione – così contemporanea – di emigrato che non riesce a pacificarsi con quel luogo mitico, quell’Atlantide – ancora misconosciuta – che cinge i suoi guardiani, le nostre esistenze…»

Il più grande fraintendimento di cui Belgiorno è stato vittima ha riguardato il suo sconfinato amore verso Modica, manifestato anche sotto forma di articoli di denuncia civile verso la miopia di una certa politica modicana

L’autore del documentario è Giovanni Modica Scala e a lui abbiamo rivolto qualche domanda per “prepararci” al meglio alla proiezione.

Giovanni, Un aspetto che ti ha colpito del “dialogo” che indirettamente hai avuto con Franco Antonio Belgiorno

Accedendo ai preziosi scrigni di numerosi archivi – a partire da quelli dello scrittore che la famiglia mi ha gentilmente concesso – ho avuto anzitutto il privilegio di potermi confrontare con l’incommensurabile poliedricità del suo carattere, bizzarro e nostalgico, mite (“quasi indifeso”, secondo Francesco Trombadore) e al contempo pronto all’invettiva come strenuo difensore della bellezza, nelle sue molteplici declinazioni. Ricordo nitidamente la magnetica fascinazione che Belgiorno, caro amico di famiglia, suscitava in me quando – imberbe liceale – avvertivo l’impellenza di un sano e schietto confronto intergenerazionale. Tornare a dialogare con lui, a dieci anni dalla scomparsa, mi ha permesso di riscoprire mirabilia della nostra «Atlantide sotto le pietre», della nostra civiltà, nonché specifici vezzi modicani, a partire dal “camminare seduti”. Peraltro, questa interlocuzione fuori dal tempo mi ha permesso di ritrovare sul cammino altri «guardiani di nuvole»: ho idealmente lavorato fianco a fianco con mio nonno (tra filmati d’archivio ed inedite registrazioni audio della Trinacria d’oro del 1964), tornando ai tempi della tagliente satira di Raffaele Poidomani – importante fonte di ispirazione per Ciccio, degli “sketch esplosivi” del duo Belgiorno-Perracchio con i giovani musicisti Grana, Carbonaro, Maltese ad arricchire le celebri feste del Preside al Garibaldi, dell’estro del fratello Duccio, delle avvincenti dispute filosofiche nel “ring” del Quadrato della palma e delle iniziative culturali animate insieme a Franco Ruta, della corrispondenza da ami de plume ottocentesco con Bufalino, dell’amicizia con l’artista Guccione e tanto altro ancora. Su tutto, però, questo polifonico dialogo mi ha permesso di scavare a fondo nel complesso e travagliato rapporto che tormenta l’uomo siciliano, sempre oscillante tra claustrofobia e claustrofilia, “fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità di una tana” (G. Bufalino, L’isola plurale, ne La luce e il lutto). Nella “spartenza” e nel nostos, temi joyciani dominanti nella poetica di Belgiorno, ho ritrovato anche molto del mio presente.

1965. Franco Antonio Belgiorno. Foto di Franco Ruta.

Spesso si vive nel luogo che si ama senza accorgersi che ci si è assuefatti al suo declino, alla sua rovina.

Quanto tempo hai impiegato per la realizzazione

Ho materialmente iniziato a lavorare a questo progetto nel marzo del 2018: dopo diversi anni trascorsi fuori da Modica, tornavo a casa con qualche mese a disposizione in cui desideravo realizzare qualcosa che potesse, in qualche modo, sottrarre all’oblio la memoria collettiva. Nelle mie frequenti incursioni presso la libreria La Talpa, il ricordo di Ciccio è sempre stato qualcosa di tangibile, grazie ai confronti con un fantastico libraio d’antan, Francesco Trombadore, grande protagonista del documentario.
A partire da frequenti racconti, pensavo inizialmente di realizzare un documentario che durasse intorno ai 30min per poi affidarlo ad una neonata emittente sorta in provincia diretta, allora, da Angelo Di Natale, ottimo giornalista e caro amico. Frattanto, Angelo non è più direttore di quella emittente e io non sto più di base a Modica, ma ho avvertito comunque l’urgenza di continuare a lavorarci nei ritagli di tempo anche a distanza, pensando comunque di coinvolgere la cittadinanza. Il progetto si è man mano arricchito e ha subìto varie deviazioni, dettate principalmente da appassionanti scoperte in itinere annidate in svariati archivi. Per queste desidero ringraziare in particolare Francesco Trombadore, Donatello e Giorgetta Belgiorno, Pierpaolo Ruta, Giovanni Iemulo e la Fondazione Bufalino, Luca Scivoletto, Thomas Radigk, Giovanni Spadola, Lillo Contino, Peppe Maltese, Gino Carbonaro, Nicola Colombo, Franco Causarano e Il Giornale di Scicli, Giuseppe Leone ed Emanuela Alfano. È un documentario “fatto in casa”, poiché sono stato mosso da passione più che da specialistiche competenze nel campo dell’audiovisivo, ma in questa appassionante avventura ho avuto il prezioso sostegno di amici professionisti: Gianluca Tela per le rifiniture al montaggio e parte delle riprese, Giovanni Petriliggieri per le riprese con il drone, Salvo Puma per le registrazioni in studio, Gianluca Abbate per il missaggio finale del suono, la calda e suadente voce narrante di Rosario Aprile (che si è prestato anche per vestire letteralmente i panni di Ciccio in qualche ripresa), Salvo Scucces per aver magistralmente composto ad hoc la colonna sonora e i Veivecura per avermi concesso l’uso dei loro brani, l’estro creativo di Andrea Occhipinti per la parte grafica e il rigore linguistico di Mattia Brandolese per le traduzioni dal tedesco e le autorevoli consulenze cinematografiche di Emilio Cicciarella.

riscoprire mirabilia della nostra «Atlantide sotto le pietre», della nostra civiltà, nonché specifici vezzi modicani, a partire dal “camminare seduti”

Perché è importante ricordare la figura di Franco Antonio Belgiorno

«Forse non ti hanno mai cantata, perché non sanno che esisti». Così si chiude Di là dall’ombra, il bellissimo libro di Belgiorno da cui il documentario prende in prestito il titolo molto borgesiano. L’epigrafe, in cui si allude al nostro «teatro di pietre», può al contempo riferirsi a intellettuali come Belgiorno, troppo presto sepolti in una buia coltre di oblio. Tentare di vivificarne la memoria, di questi tempi, è anche un tentativo di far riaffiorare un passato collettivo che ci riguarda da vicino, con la preziosa opportunità di leggere meglio un presente in cui ho la sensazione che la nostra città stia precipitando – anzitutto dal punto di vista culturale e urbanistico – in un irreversibile decadimento, con l’auspicio di recuperare la dimensione collettiva e facendo dell’ironia e dell’arte degli efficaci strumenti di “battaglia”.
Il più grande fraintendimento di cui Belgiorno è stato vittima ha riguardato il suo sconfinato amore verso Modica, manifestato anche sotto forma di articoli di denuncia civile verso la miopia di una certa politica modicana. Talvolta il campanilismo non ci permette di guardarci bene allo specchio; così, chi isolatamente mantiene una certa lucidità e ci mostra il vero volto delle cose che ci appartengono, viene ignorato o addirittura visto come un nemico della propria città. Per dirla con Belgiorno, «è probabile che fra odio e amore si sia fatta confusione». Spesso si vive nel luogo che si ama senza accorgersi che ci si è assuefatti al suo declino, alla sua rovina.

 

Articoli della stessa Categoria