L’epopea del cioccolato / Francesco (1861-1932)

Scritto da Antica Dolceria Bonajuto ,
il 26 Giugno 2017

Il brano di seguito pubblicato è tratto dal libro Storia della cioccolateria più antica di Sicilia. Scritto da Giovanni Criscione. Edito da Edizione d’Arte Kalós nel 2013.


La sede del Caffè Roma di Francesco Bonajuto in corso Umberto I, 122. Primi del Novecento (vista Nord)

Federico morì nel 1899, lasciando l’attività al figlio Francesco, che fu la figura più interessante e poliedrica della dinastia di cioccolatieri e dolcieri modicani.
Quando nacque, il 30 aprile 1861, l’Italia s’era unificata sotto la corona dei Savoia da poche settimane. Il giovane trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra l’abitazione della famiglia, nella strada di San Pietro, e la bottega del padre, dove fin da piccolo imparò l’arte dei maestri cioccolatieri. Nel 1880, non ancora ventenne, fondò la ditta Francesco Bonajuto, titolare del Caffè Roma, iscritta al Registro camerale delle imprese con il numero 3360.

L’esercizio ebbe sede al civico 122 del corso Umberto I, in un locale costituito da uno spazio di vendita al pubblico al pianterreno e da un piccolo laboratorio ricavato nel piano superiore. Il caffè, come documenta una foto degli anni Dieci del Novecento, si trovava nell’angolo di Palazzo Linguanti. L’insegna (“Caffè Roma di Bonajuto”) seguiva il profilo angolare dell’edificio sormontando due ingressi: uno centrale, l’altro laterale, entrambi riparati da tende parasole e abbelliti da una pianta ornamentale. Davanti all’ingresso centrale erano collocati alcuni tavolini di ferro richiudibili. Negli anni della belle époque modicana, il Caffè Roma divenne il punto di ritrovo della migliore società, luogo d’incontri e di mondanità, frequentato dalla clientela più facoltosa della provincia, dal clero alla nobiltà, alla ricca borghesia.

Federico morì nel 1899, lasciando l’attività al figlio Francesco, che fu la figura più interessante e poliedrica della dinastia di cioccolatieri e dolcieri modicani.

L’esercizio, oltre alla mescita di caffè e liquori, era anche «dolceria sorbetteria con fabbrica di cioccolatte», come si legge su una quietanza dell’ottobre 1898 per tredici cassate gelate, intestata alla nobildonna Fulgenza Polara. La nota è vergata a mano su un foglio di carta intestata, in cui compare per la prima volta il “marchio” della ditta, una cornice dentata di forma ovale che racchiudeva la scritta “Caffè Roma” seguita dalla didascalia riportata. Ricevute e quietanze conservate nell’Archivio Bonajuto-Ruta mostrano il genere di prodotti che andava per la maggiore, la condizione sociale dei clienti più affezionati e le forme diffuse di pagamento. Per esempio, i nobili avevano il vezzo, e talora la necessità, di comprare a credenza e pagare alla fine del mese successivo. La gran parte dei prodotti era stagionale: i sorbetti e i gelati erano tipici dell’estate; i pupi di zucchero, i frutti di pasta di mandorla, gli ’mpanatigghi, l’aranciata e lapetrafennula (un torrone preparato con miele e scorze di cedro o d’arancia, dalla consistenza durissima, simile a quella della pietra, donde prese il nome), i mustazzola e i nucatoli si preparavano in concomitanza delle feste religiose d’autunno (Ognissanti e i Defunti), del Natale, della Pasqua e dei Santi patroni. I nucatoli o nucatili, per esempio, erano dolci di pasta cotta al forno farciti con un impasto di mandorle, noci, fichi secchi e miele. Il nome, attestato dai più antichi vocabolari siciliani, indicava l’abbinamento di miele e mandorle.

Nel 1880, non ancora ventenne, fondò la ditta Francesco Bonajuto, titolare del Caffè Roma, iscritta al Registro camerale delle imprese con il numero 3360.

La sede del Caffè Roma di Francesco Bonajuto in corso Umberto I, 122. Primi del Novecento (vista Sud)

Da una pubblicità apparsa su «Prometeo», settimanale politico, amministrativo e letterario diretto da Vittorio Cataudella, pubblicato dalla tipografia Archimede di Modica nel 1899, si apprende che il Caffè Roma «in occasione della commemorazione dei defunti trovasi fornito di un esteso assortimento di bambole di zucchero e giuocattoli di cioccolatte» – gli ultimi costituivano una gustosa variante delle prime. La spina dorsale della produzione erano il cacao e i suoi derivati, la pasta amara e il cioccolato. Nella piccola fabbrica si svolgevano tutte le fasi della produzione, dalla lavorazione delle fave di cacao al prodotto finito. Bonajuto importava le fave di cacao, le triturava e produceva la pasta amara, che serviva per fabbricare il cioccolato. Oltre a utilizzare il semilavorato in proprio, lo vendeva a cioccolatieri ambulanti e dolcieri con bottega. Alla fine dell’Ottocento, per aumentare la quantità di pasta amara prodotta, sostituì il vecchio «fattojo del ciccolatte» (il torchio manuale che i Bonajuto si tramandavano di padre in figlio) con una macchina di fabbricazione francese, di grandi dimensioni, che tostava e macinava le fave di cacao. Dal cioccolato si ricavavano cospicui guadagni.

Nella piccola fabbrica si svolgevano tutte le fasi della produzione, dalla lavorazione delle fave di cacao al prodotto finito. Bonajuto importava le fave di cacao, le triturava e produceva la pasta amara, che serviva per fabbricare il cioccolato.

La lunga e complessa lavorazione artigianale conferiva al prodotto finale un alto valore aggiunto, con margini di guadagno anche del 33%. Il cioccolato, però, era un prodotto stagionale. Si produceva non oltre la primavera, sia per motivi tecnici (si scioglieva con le temperature estive) che per ragioni commerciali: con il sopraggiungere dei primi caldi la clientela più facoltosa andava in villeggiatura e la richiesta di cioccolato diminuiva notevolmente. La dolceria, comunque, rendeva bene, e Francesco poté acquistare, tra il 1901 e il 1904, case e terreni per migliaia di lire. Il 27 gennaio 1901 comprò dall’industrioso Saverio Vivarelli una casa per civile abitazione.

Francesco Bonajuto (Anni Venti)

L’appartamento, composto di quattro vani, era situato in via Garibaldi e confinava con le case di Francesco Curto, con le scuole comunali da diversi lati e con l’atrio in comune. Per l’immobile Francesco sborsò 988 lire, di cui 439 da pagarsi in due rate annuali «senza bisogno d’interpello e messa in mora alcuna». Certo, l’ignaro dolciere non poteva prevedere che di lì a qualche tempo, la sua attività avrebbe subìto una pesante battuta d’arresto. Il 26 settembre 1902, infatti, l’alluvione che si abbatté su Modica devastò i locali della dolceria. Le cronache dell’evento raccontano che cominciò a piovere fin dalle ore 4,30 di quell’infausto mattino. Poi la pioggia divenne sempre più impetuosa e violenta. I torrenti si ingrossarono. Era ancora buio quando un fiume di acqua, fango e detriti, trascinati dalla corrente, piombò sulla città dai versanti di San Francesco e di Santa Maria, travolgendo ogni cosa. Il Nostro scampò miracolosamente alla furia dell’acqua, rifugiandosi nel laboratorio al piano superiore, insieme ai lavoranti e a un avventore. L’episodio è riferito da Arturo Catanzaro, corrispondente di un quotidiano siciliano:

Per lungo tratto del corso l’acqua all’altezza quasi di un metro invade parecchi negozi e salendo sempre distrugge la cartoleria dei fratelli Tranchina e poi invade il caffè di Bonajuto Francesco, già aperto. Garofalo Salvatore il quale sorseggiava tranquillamente una tazza di caffè si salva miracolosamente insieme al Bonajuto e ai camerieri, salendo nel dietro stanza dove il Bonajuto è solito di lavorare.

Il locale subì danni per oltre 300 lire al mobilio e alle merci. Il caffettiere si risollevò con grandi sacrifici, grazie anche ai contributi erogati dal Comune e dal Comitato Pro-Modica di Milano per la ripresa delle attività economiche. Eppure il nome di Francesco Bonajuto compare poi in un contratto enfiteutico per tre appezzamenti di terre in contrada Itria, poco fuori dall’abitato di Modica, redatto l’8 ottobre 1904. Il fondo rustico era esteso un ettaro e mezzo e comprendeva una piccola casa annessa, che Francesco pagò 540 lire; c’era inoltre uno stacco di terra alberato di oltre due tumoli, denominato Spitillo, con le servitù di un sentiero poderale e la possibilità di attingere l’acqua in una cisterna ubicata in un terreno attiguo (460 lire); e, infine, un podere di un tumolo (200 lire). Non è chiaro se dietro queste acquisizioni vi fosse la volontà di produrre frutta, mandorle, noci e miele, per rifornire di piccole provviste il laboratorio dolciario. Sembrerebbe suggerirlo da un lato, il tipo di contratto, l’enfiteusi, che lo vincolava a una coltivazione intensiva con l’obbligo di un canone in denaro e in natura al proprietario; dall’altro, la contiguità degli appezzamenti e il fatto che erano facilmente raggiungibili dal quartiere Cartellone dove abitava. Tuttavia, l’estensione dei terreni, di appena 4,5 ettari, sembra escludere quell’ipotesi. Sempre nel 1904, comprò una casa al civico 11 di vico Guccione, composta di sei vani al primo piano e un dammuso al n. 35 per 1900 lire. Il 17 novembre 1904 sposò la diciottenne Carmela Salvatrice Di Martino, figlia di Gaspare e di Orazia Galfo (Modica, 7 aprile 1886), dalla quale non ebbe figli. È probabile, dunque, che l’acquisto di case e terreni, seguito dal matrimonio a un mese di distanza, obbedisse alla volontà di investire i propri risparmi in immobili, godersi il frutto dei propri sacrifici e dedicarsi alla campagna nel tempo libero.

Quietanza rilasciata alla nobildonna Fulgenza Polara (1898)

Nel 1906, come scrive Giuseppe Di Vita nel suo Dizionario geografico dei Comuni della Sicilia, le «fabbriche di cedrata, aranciata, frutta candite e altri dolci» rappresentavano una voce importante dell’economia locale, anche se raramente tali aziende superavano la dimensione familiare. Famiglie “storiche” di dolcieri e fabbricanti di torroni a Modica, oltre ai Bonajuto, erano i Borrometi (Caffè Orientale), Carlo Civello (1875-1958) e i figli Giovanni (1898-1959), Pietro (1903) e il nipote Luigi Armando (1920); i Modica- Cicciarella con Giovanni (1888-1968) e Domenico (1913-1983); i Pappalardo, i Di Martino, i La Bianca e i Ruta. Il mercato era in espansione. Specialità natalizie, quali «l’aranciata, la cedrata, la mostarda e la giuggiulena (dolce di sesamo)» ora si vendevano in tutta la Sicilia e «specialmente sulla piazza di Palermo», come scriveva la nobildonna ragusana Ester La Rocca Manari, baronessa di San Germano, nel libro La Contea di Modica (1907), premiato con la medaglia d’oro all’esposizione etnografica di Buenos Aires. La tazza fumante di cioccolata, consumata al banco o ai tavoli, divenne una moda anche tra la borghesia di provincia. Una ricevuta di pagamento del 9 aprile 1909, rilasciata da Francesco Bonajuto all’arciprete Scala della chiesa di San Pietro per la fornitura di 27 «tazzi di caffè» e «7 tazi cioccolate», mostra come la gamma di prodotti si fosse ampliata in pochi anni.

Il Caffè Roma era «fabbrica di cioccolata, torrone-cotognata. Specialità cedrata-aranciata-cobaita, pasticceria, sorbetteria, liquori». Francesco aveva affiancato alla «fabbrica» di cioccolato e alla dolceria anche la produzione di pasticcini e dolci alle creme (pasticceria). Il marchio dell’azienda era diventato uno scudetto lanceolato, diviso orizzontalmente in due campi: nel primo era raffigurata la lupa che allattava i gemelli capitolini, nel secondo compariva la sigla SPQR. L’accento posto sulle «specialità» sembra rivendicare con orgoglio il carattere artigianale della piccola «fabbrica».

Ricevuta di pagamento rilasciata all’arciprete Scala (primi del Novecento)

Nel 1911 si presentò l’occasione di far conoscere i propri prodotti anche fuori dall’Isola. In concomitanza con le celebrazioni per il 50o anniversario dell’Unità d’Italia, si organizzarono grandi esposizioni nelle tre “capitali” del Regno: Torino, Firenze e Roma. A Roma fu riservato il ruolo di capitale sacra, nella quale tutte le regioni d’Italia riunite nella mostra etnografica avessero l’opportunità di essere conosciute e celebrate nella loro varietà e ricchezza di storia, usi e costumi. Il 1911, con oltre 20 milioni di visitatori attesi a Roma, e con i resoconti sulla stampa nazionale delle numerose inaugurazioni avvenute alla presenza delle teste coronate d’Europa, rappresentò una vetrina unica per la più vivace tra la piccola imprenditoria nazionale. In questo contesto si inserì un evento espositivo multisettoriale come l’Esposizione internazionale agricola e industriale al teatro politeama Adriano. Il prestigioso edificio di piazza Cavour, situato nel cuore della nuova Roma immobiliare e affaristica, a pochi passi dallo Stato vaticano e dalla sede dell’Esposizione etnografica, aveva già ospitato negli anni precedenti fiere vinicole e alimentari. Nell’ampio foyer, adibito a spazio espositivo, si avvicendarono in quell’occasione importanti aziende nazionali ed estere, provenienti da Russia, Spagna, Francia e America. L’ingresso al pubblico era gratuito dalle 10 del mattino, mentre la serata era riservata agli ospiti paganti del teatro che, in quel periodo, ospitava in cartellone gli spettacoli del mitico Fregoli, o la Tosca interpretata da Lina Cavalieri. Ampio spazio era dedicato ai dolci e al cioccolato. Nel 1911, in Italia, il settore cioccolatiero era in forte crescita, occupando 6500 addetti, vale a dire il 2,3% dei lavoratori nell’industria alimentare. Tra le aziende premiate, solo per citare alcuni nomi, figuravano la ditta Fratelli Mutti di Parma (conserve di pomodoro), Trussardi di Bergamo (fabbrica di guanti), l’azienda tessile Petri & Grossi di Lucca e la Fabbrica di cioccolato di Francesco Bonajuto. Ancora oggi, la pergamena e la medaglia celebrativa dell’Esposizione fanno bella mostra di sé all’interno della dolceria. L’avvenimento incrementò ulteriormente gli affari.

 

Ricevuta di pagamento rilasciata all’arciprete scala (1909)

Negli anni immediatamente successivi la famiglia Bonajuto si trovò a gestire addirittura due locali, come dimostrano alcune manchettes pubblicitarie pubblicate sulla «Gazzetta di Siracusa»: il Caffè Roma di Francesco Bonajuto e il Caffè Milano della sorella Orazia (1866- 1938) sposata con Peluso, situato a poca distanza dall’altro . Il nuovo caffè, nella strategia aziendale di Francesco Bonajuto, consentiva di ampliare gli spazi di vendita e diversificare le attività, dando contemporaneamente uno sbocco lavorativo alla sorella e ai nipoti. Mentre il Caffè Roma, dotato di laboratorio proprio, era specializzato nella produzione di varie specialità, al Caffè Milano si assegnavano funzioni connesse all’export di prodotti come la cedrata, l’aranciata, la cobaita, il “Torrone Libia” (prodotto dolciario nato sotto l’entusiasmo per l’avventura coloniale italiana), la melacotognata (marmellata di melacotogna) e il “vero cioccolatte Bonajuto”, che si spedivano «franco posta» in tutto il Regno e nelle colonie. La dicitura “vero cioccolatte Bonajuto” induce a pensare che, dopo il prestigioso riconoscimento del 1911, circolassero in città delle imitazioni o comunque dei prodotti simili, privi però delle caratteristiche e della qualità di quelli sfornati nel laboratorio Bonajuto.

L’avventura del Caffè Milano sarebbe proseguita tra alti e bassi fino agli anni Trenta. Del 23 febbraio 1929 è una cambiale di mille lire sottoscritta da Francesco Bonajuto con la Banca Popolare Agricola Cooperativa di Ragusa, in favore del giovane nipote Giovanni Peluso che aveva assunto la gestione del caffè interamente ristrutturato.

Nel 1915 Francesco, al culmine del successo, lasciò lo storico locale di corso Umberto I, 122 (al suo posto vi si insediò il Caffè Bellassai), per trasferirsi qualche decina di metri più in alto, dal lato opposto della strada. Francesco comprò l’immobile di vico San Benedetto (già vico Affé) dove trasferì la sua attività e dove tuttora si trova l’Antica Dolceria Bonajuto. Di lì a poco l’area sarebbe stata valorizzata grazie alla costruzione di una scalinata di collegamento con la via Campailla.

L’immobile era composto da alcuni vani al pianterreno e al primo piano. La famiglia Bonajuto andò ad abitare al piano superiore, mentre il pianterreno fuc adibito a dolceria-cioccolateria con annesso laboratorio. La nuova sede, inoltre, poteva sfruttare da aprile a ottobre l’atrio antistante, una rientranza al riparo dal sole, dove poter collocare sedie e tavolini all’aperto per servire «tazzi di cioccolate» e dolci. Purtroppo, però, le contingenze storiche imposero un brusco cambio d’indirizzo, riducendo notevolmente il volume d’affari della dolceria e caffetteria. La prima guerra mondiale, infatti, comportò il razionamento dello zucchero e dei prodotti coloniali, reperibili solo a prezzi proibitivi. I quartieri popolari si svuotarono dei giovani, sottraendo manodopera alle attività artigianali. Le famiglie, a causa dell’inflazione, limitarono le spese voluttuarie. Il ridimensionamento della produzione e dell’attività lavorativa servì al dolciere per liberare tempo ed energie che utilizzò per tentare l’avventura politica. In gioventù Francesco Bonajuto era stato anarchico (da qui il vezzo di portare la cravatta lavallière). Poi, nel corso degli anni, era diventato socialista, più per ragioni umanitarie e aspirazioni ideali che per interessi di classe. La scelta di impegnarsi in prima persona nell’agone politico con il Partito Socialista va letta nel contesto della crisi postbellica che colpì soprattutto piccoli artigiani (calzolai, sarti, barbieri, tipografi, ferrovieri) ed esponenti del ceto medio (insegnanti e piccoli commercianti).

Esposizione Internazionale Agricola e Industriale – Roma 1911 Gran premio e Medaglia d’Oro Sign Francesco Bonajuto – Modica – Fabbrica di Cioccolatte

I programmi di riforma puntavano all’equità sociale, al livellamento dei privilegi e delle rendite, alla municipalizzazione dei forni e delle macellerie, alla creazione di spacci municipali e cooperative di produzione e consumo, all’introduzione di calmieri per i prezzi che avrebbero ridotto lo “spazio vitale” dei grossi commercianti e degli speculatori, additati come i veri responsabili dell’inflazione e della penuria dei generi alimentari nel primo dopoguerra. La dolceria Bonajuto divenne così un ritrovo di socialisti, anche per la vicinanza alla sede del partito (corso Umberto I n. 192), inaugurata il 1o dicembre 1919 alla presenza dell’onorevole Vincenzo Vacirca. Oltre a sorbire un caffè o una tazza di cioccolata e commentare i fatti della politica, i dirigenti socialisti – il barbiere Francesco Belgiorno, il barone massone Saverio Polara e l’avvocato Giovanni Vajola – avevano la possibilità di sfogliare i giornali del partito.

Bonajuto, attraverso l’acquisto di spazi pubblicitari, finanziava il «Semplicista!», l’organo delle sezioni socialiste del Circondario di Modica fondato e diretto da Lucio Schirò, all’epoca segretario della Federazione Socialista di Siracusa (1919). Il quindicinale, stampato dalla tipografia Maltese e Abela di Modica, uscì dal 1913 al 1915 e dal 1919 al 1924. Il giornale si diffuse tra i ceti popolari, operai, muratori e contadini. Come indicava il titolo, intendeva rivolgersi ai “semplici”, affrontando la politica con ragionamenti facili e chiari. Le pubblicità del Caffè Roma  vi comparvero dal 31 ottobre al 14 novembre 1914, il 3 gennaio 1915 e il 9 dicembre 1922. Bonajuto non si accontentava di semplici inserzioni pubblicitarie ma richiedeva forme di comunicazione più elaborate nella grafica e nei contenuti, per attirare l’attenzione dei lettori. Nel numero del 9 dicembre 1922, per esempio, una filastrocca sostituì il riquadro con il logo dell’azienda e l’elenco dei prodotti. L’orientamento verticale del testo costringeva il lettore a capovolgere il foglio per leggere il messaggio (come le pubblicità sottosopra nelle odierne riviste patinate), e i versi offrivano tra l’altro una descrizione fisica e un breve ma penetrante ritratto psicologico.


Nell’autunno 1920, Francesco Bonajuto si candidò al Consiglio provinciale di Siracusa e fu eletto, insieme al barone Saverio Polara, il commesso Salvatore Zirone, il garzone di caffè Giuseppe Agosta e Giovanni Vajola avvocato e sindaco di Modica
. Di lì a poco, nella primavera del 1921, l’escalation di violenze squadriste e fasciste in tutti i comuni a guida socialista determinò la cacciata delle amministrazioni di quella che fino a poche settimane prima era considerata la provincia “rossa” e l’azzeramento del risultato elettorale. Tra il 18 e il 20 aprile a Modica i “partiti del manganello” devastarono e incendiarono i circoli politici, le leghe, la camera del lavoro, le case dei dirigenti socialisti, costringendo gli amministratori a dimettersi sotto la minaccia di violenze e intimidazioni. Il 29 maggio 1921, dopo mesi di tensioni e incertezze, l’eccidio di Passo Gatta segnò la fine del movimento socialista in città. Costretto ad abbandonare la politica, Francesco Bonajuto si dedicò esclusivamente all’attività lavorativa, peraltro non senza subire ritorsioni e angherie dai fascisti. Nella filastrocca pubblicitaria sopra citata, che è del 1922, si dice con malcelata ironia che Dopo venduto, e bene, il caffè Roma / Per arricchir facendo il pasticciere / S’accorse che gl’impedia l’operazione / La carca provincial di consigliere / E si dimise al favorevol vento/ Gettando altri dolcier nello sgomento.


In realtà, il fascismo occupò ogni spazio di potere, piegando gli avversari con la forza. Sul «Semplicista!» del 17 marzo 1923 (p. 3), per esempio, si dava notizia della devastazione da parte dei fascisti del caffè gestito da Giuseppe Agosta, già assessore comunale e consigliere provinciale con Bonajuto. Forse anche il Nostro ebbe ragione di temere per la propria vita. Il 12 settembre 1923, infatti, fece testamento e lo depositò dal notaio Nunzio Lombardo. Nonostante i timori e le precauzioni, nel 1924-25 risultava tesserato nel Partito Socialista ufficiale di Matteotti. Il suo nome, infatti, comparve in un elenco di tesserati rinvenuto nel 1930 durante una perquisizione in casa del fuoriuscito ragusano Giuseppe Lupis.

Nel 1925, intanto, per disporre di spazi più ampi, Bonajuto prese in affitto i vicini dammusi del cavalier Moranda Frasca da utilizzare come magazzini per le merci. Nel 1929 acquistò i due magazzini e nel 1930 comprò a nome della moglie «un pezzetto di suolo sottostante alla scala che mette in comunicazione l’antico vico Affé in corso Umberto I dell’abitato di Modica con la soprastante via Campailla e confinante con roccia, con proprietà della Di Martino e con proprietà del Comune di Modica» per 500 lire, dove realizzare altri magazzini. Segno, dunque, che l’attività era in fase di espansione.

Don Ciccio aveva curato sempre la formazione dei giovani apprendisti e garzoni della sua bottega.


Don Ciccio aveva curato sempre la formazione dei giovani apprendisti e garzoni della sua bottega. Erano per lo più ragazzi provenienti dal popolare quartiere Cartellone, per i quali un lavoro e un mestiere significavano una concreta possibilità per uscire dalla miseria.
Con il passare degli anni, sviluppò ulteriormente questo aspetto della sua attività. Il dolciere, che non aveva avuto figli da Carmela Di Martino, era consapevole che, un giorno, uno di quei giovani avrebbe potuto rilevare l’azienda. Non solo. C’era poi una seconda ragione dietro l’attenzione che dedicava alla formazione professionale dei giovani apprendisti. Molte ricette antiche si erano perdute perché la loro preparazione era stata avvolta da un fitto segreto, impedendo la trasmissione delle conoscenze al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori. Da qui la necessità di tramandare i saperi della tradizione locale ai giovani lavoranti dell’impresa. Negli anni fra le due guerre furono molti gli operai che si formarono nel laboratorio Bonajuto e poi si misero in proprio.

Testimonianze orali e letterarie, tra cui quella dello scrittore Raffaele Poidomani ne Il biscotto di legno (vedi oltre), aiutano a tracciare un ritratto umano e professionale di Francesco Bonajuto ricco di altruismo e solidarietà. Portato alla filantropia per coscienza ideologica e natura d’animo, Bonajuto era solito aiutare economicamente chi aveva bisogno, soprattutto se si trattava di giovani.

In anni di povertà e miseria, inventò l’albero delle caramelle

Don Ciccio aiutava spesso i più poveri a saldare i conti aperti con i bottegai, garantendo e coprendo il debito al loro posto. In anni di povertà e miseria, inventò l’albero delle caramelle. In una testimonianza videoregistrata dallo chef Carmelo Chiaramonte e da Pierpaolo Ruta nel Convento di Santa Maria del Gesù di Ispica (2001), l’ottuagenario guardiano del convento, frate Pietro Iabichella da Modica, menziona l’invenzione dell’albero delle caramelle per i ragazzi poveri che sostavano davanti alla casa di Francesco Bonajuto nella speranza di qualche regalìa. Sulle labbra del frate affiorano i ricordi di un’infanzia povera e gli si illuminano gli occhi nel rievocare l’invenzione di don Ciccio. Bonajuto riempiva pazientemente con una siringa da pasticciere dei fichi, che crescevano nel suo orto alla Sorda, con i residui di lavorazione delle caramelle. I bambini erano consci che i frutti “gravidi” della dolce sorpresa fossero una trovata di don Ciccio, ma lasciavano che il dolciere li incantasse con quella piccola magia.

«Da lui dipendevano i dolci del mondo», ricorda l’anziano religioso con un sorriso velato di tenerezza. Fra’ Pietro ricorda anche che don Ciccio soleva rasare i capelli ai bambini del quartiere che non potevano permettersi i servizi del barbiere. Per fare in modo che stessero fermi sulla sedia, metteva loro in mano un nichelino raccomandando di tenerlo ben stretto perché altrimenti sarebbe magicamente comparso. Alla fine dell’operazione, il bambino si ritrovava con due doni graditi: i capelli rasati, difficilmente attaccabili dai parassiti, e una monetina da quattro soldi. Questi gesti – sottolinea il religioso – facevano parte del suo apostolato socialista.

Filastrocca pubblicitaria apparsa sul “Semplicista” (1922)

Per molti aspetti egli fu un imprenditore sui generis. Se il nonno Francesco Ignazio e il padre Federico erano stati imprenditori borghesi, Francesco si riconobbe nei valori popolari e socialisti, contro l’interesse di classe. Al profitto e all’abilità negli affari, che avevano caratterizzato e indirizzato l’azione dei suoi avi, egli antepose altri e alti valori, quali l’impegno civile, la solidarietà verso i più poveri, la formazione professionale dei lavoratori, il sostegno economico ai giovani imprenditori, ecc. Non per questo rinunciò alla ricerca del profitto. Anzi,

Francesco s’inserì positivamente nel processo di cambiamento e trasformazione (specializzazione, meccanizzazione, formazione del personale, pubblicità, richiesta di know- how imprenditoriale sempre maggiore, ecc.) che investì il settore nei primi del Novecento, introducendo nuovi prodotti, meccanizzando alcune fasi del lavoro e investendo nella pubblicità, con innegabili benefici per l’azienda. La sua adesione al socialismo, dunque, non significò un mutamento nella qualità imprenditoriale ma nell’ordine delle priorità.

S’è detto che nel 1930 il suo nome fu ritrovato in un elenco di tesserati socialisti. In seguito a quel ritrovamento, fu schedato come sovversivo. Il funzionario della Questura, che ne compilò la scheda segnaletica per il Casellario politico centrale, lo descrisse come un uomo di «statura media», dalla «corporatura robusta», con i «capelli brizzolati», il viso tondo, la fronte regolare, le orecchie «ovoidali» e gli occhi castani, dall’«abbigliamento abituale decente». Per la polizia, il settantenne dolciere conservava attenuate le sue idee, anche se era considerato «non ostile» al fascismo e al governo nazionale. Se in apparenza il suo atteggiamento poteva ingannare gli osservatori fascisti, alcuni particolari esteriori rivelavano l’indomito spirito ribelle. In una foto dei tardi anni Venti si fece ritrarre con un cappello a larghe falde in testa, i capelli brizzolati che incorniciavano il viso tondo, lo sguardo penetrante sotto gli occhiali a pincenez, e soprattutto la cravatta lavallière nera e a fiocco svolazzante, segno distintivo degli anarchici e dei socialisti.

 

Ulivo piantato da Francesco Bonajuto e donato dagli eredi alla città (2000)

Si spense all’età di 76 anni, il 12 dicembre 1932 per una setticemia. Fu seppellito nel cimitero nuovo di Modica, nella tomba di famiglia al n. 57 del viale Sant’Andrea. Prima di morire, predispose l’adozione della ventiseienne Rosa Roccaro, una giovane orfana di guerra cresciuta in casa sua, che poi ereditò la dolceria dalla vedova Bonajuto. L’adozione attentamente pianificata e il matrimonio della giovane con l’apprendista dolciere Carmelo Ruta, uno dei suoi più fidati collaboratori, costituirono l’anello di congiunzione tra la storica famiglia e i Ruta, oggi titolari dell’Antica Dolceria Bonajuto.


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