I signori della neve / Francesco Ignazio (1798-1854) – 2a parte

Scritto da Antica Dolceria Bonajuto ,
il 23 Giugno 2017

Il brano di seguito pubblicato è tratto dal libro Storia della cioccolateria più antica di Sicilia. Scritto da Giovanni Criscione. Edito da Edizione d’Arte Kalós nel 2013.


Per gli altri usi, invece, il consumo di neve era così diffuso anche tra i ceti popolari da destare meraviglia nei resoconti dei viaggiatori stranieri. Il sole di Sicilia, si osservava, poneva la neve «among the absolute necessaries of life». Per questi motivi non si badava a spese pur di far arrivare la neve in città.

Il commercio della neve era disciplinato da una legge del 12 dicembre 1816. Il decreto del 27 novembre 1823 aveva incluso la neve tra i generi daziabili, anche se il dibattito sull’argomento era ancora aperto. Secondo la giurisprudenza dell’epoca, infatti, la neve non apparteneva a nessuno dei generi sottoposti a dazio perché, finché si trovava nel suo stato solido, non era una bevanda né una sostanza commestibile. Quando si scioglieva, diventava acqua e, come tale, non poteva essere soggetta a dazi. Tuttavia, i comuni avevano trascurato l’obiezione, e avevano assoggettato la neve al nuovo balzello.

Nella sezione modicana dell’Archivio di Stato di Ragusa, nel fondo Comune di Modica, si conserva un volume (n. 15) di «Affitti», che documenta per gli anni dal 1822 al 1859 l’andamento del dazio della neve. Le procedure di gara erano abbastanza farraginose. Chi si aggiudicava l’appalto, otteneva il diritto di riscuotere il dazio sui carichi di neve introdotti in città, oltre al monopolio sulla vendita per un periodo che variava, generalmente, da uno a due anni. Il dazio sul consumo comunale era riscosso dall’alba al tramonto nei posti di guardia, situati all’ingresso della città. Un ricevitore, o un esattore privato che aveva in appalto il balzello comunale, fermava ogni animale da soma o da tiro e ne ispezionava il carico. Anche chi andava a piedi, era costretto a mostrare il contenuto delle proprie bisacce. Nessuno poteva introdurre neve senza il permesso scritto («poliza» o «bollettino») dell’aggiudicatario. Tutti i caffettieri, i sorbettieri e gli acquaioli («qualunque persona che tenga posto d’acqua») erano obbligati a comprare la neve da lui. Per chi contravveniva alla legge, erano previste sanzioni pesantissime, che variavano da una multa di 29 tarì a un massimo di 28 giorni di carcere. L’appaltatore della neve si obbligava ad aprire uno o due punti vendita: «uno nella mezza Città di Sotto» e «l’altro nella mezza Città di Sopra».

D’estate, per esempio, l’appaltatore non doveva «far mancare la neve a ogni chiamata».

L’appalto della neve comportava l’assunzione di vari rischi. In primo luogo, sull’imprenditore gravavano costi e imposte varie, dalle spese per il personale che «vigili per rilevar la quantità di neve che si vende» ai diritti di registro del processo verbale, fino all’iscrizione ipotecaria per la cauzione (da qui la presenza di un fideiussore che spesso affiancava l’imprenditore). Secondariamente, i contratti contenevano delle clausole capestro. D’estate, per esempio, l’appaltatore non doveva «far mancare la neve a ogni chiamata».

Statino del diario della neve

Se la riserva da cui attingeva la preziosa merce si esauriva, doveva «ritirare la neve da dove li piacerà, purché resti provveduto il pubblico». Beninteso, doveva farlo a proprie spese e «a qualunque prezzo», pena 29 tarì di multa per ogni giorno di mancanza della neve. Se si spingeva fino a Vizzini e a Siracusa (ove esistevano, a detta del Sottintendente, «depositi di neve da poter provvedere tutti i comuni di questo distretto, senza alcuna limitazione»), 60 i costi di trasporto e la percentuale di «squaglio» lievitavano, tanto da rendere l’impresa antieconomica. Trattandosi di un prezzo stabilito per contratto, l’aumento dei costi non poteva essere trasferito sui compratori e pertanto l’imprenditore ci rimetteva di tasca propria. Egli, inoltre, accettava espressamente di rinunciare ad azioni legali contro il Comune per chiedere risarcimenti a fronte di mancati introiti, «azione di scomputo, rilascio o remissione di mercede per danni o mancanza di percezione di detto dazio, derivanti da casi fortuiti ordinari, o straordinari, preveduti e non preveduti», come si legge al punto 5 delle Condizioni pell’affitto della neve (1824) stabilite dal Decurionato modicano. Se invece la neve fosse stata di cattiva qualità, e i controlli effettuati avessero accertato le responsabilità dei fornitori, al Comune sarebbe spettato un congruo indennizzo per danni, spese, ed interessi che si possono soffrire per provvedere il pubblico di un genere tanto necessario.

In più occasioni, le aste pubbliche andarono deserte e il Comune dovette ricorrere alla riscossione del dazio in economia. Talvolta, due o più imprenditori formavano società di fatto per partecipare all’asta della neve, al fine di ripartire tra i soci gli eventuali rischi d’impresa.

L’appalto era pur sempre appetibile. Il settore, infatti, consentiva guadagni occasionali, legati a una domanda improvvisa di neve (picchi di caldo, passaggi di truppe, visite di personaggi illustri, ecc.), e forti speculazioni, causate dagli incrementi del valore della merce, legati all’andamento climatico e alla scarsità/abbondanza di nevicate. Nel volume d’archivio citato, ricorrono spesso le raccomandazioni dell’Intendente al sindaco affinché vigili per evitare frodi. Talora, emersero dubbi sulla trasparenza dei bandi e s’insinuarono sospetti su accordi sottobanco per l’aggiudicazione degli appalti. La “tirannia del bisogno”, tuttavia, faceva sì che si aggirassero gli ostacoli e le lungaggini burocratiche, affidando direttamente la riscossione del dazio a un collettore provvisorio, individuato dal sindaco con l’avallo del Decurionato. Il procedimento d’urgenza lasciava ampi spazi alla discrezionalità e all’arbitrio degli amministratori locali. Relazioni sociali, conoscenze influenti e amicizie altolocate potevano favorire gli imprenditori “amici”. Per esempio, nel 1842, le procedure di appalto contenevano irregolarità formali e omissioni tali che, a detta dell’Intendente e del Consiglio che lo affiancava, l’assegnazione avrebbe dovuto annullarsi. Eppure, la necessità e l’urgenza di fornire la neve alla città spingevano a chiudere un occhio. Il sindaco, nella sua risposta del 3 giugno, tratteggiava un quadro preoccupante d’illegalità diffusa. Emerge tra le righe come l’élite locale avesse costruito un reticolo di interessi economici e spartizioni clientelari, che persistevano a dispetto dei tentativi di accentramento burocratico e controllo dei poteri da parte della monarchia borbonica. Francesco Ignazio Bonajuto partecipò più volte alle gare pubbliche (1827, 1830, 1833, 1837, 1850), ma solo nel 1837 vinse l’appalto. L’analisi dei documenti fornisce alcune notizie interessanti sulla sua attività. Il 27 maggio 1827 partecipò all’asta per la neve in società con Giovanni Ferlanti. I due offrirono la neve «al prezzo [di vendita al pubblico] di grani 4 siciliani al peso sottile» (abbassata a 3 grani al rotolo in seconda battuta), mettendo a tale effetto per la pubblica commodità un’officina in un pubblico luogo e ciò a cominciare dalli diciotto del mese di maggio 1827.

Nel maggio 1830, presentò un’offerta di 30 onze per il fitto del dazio e di grani 5 al rotolo per la vendita della neve al pubblico tra giugno e settembre. Bonajuto, con la fideiussione di don Carmelo Moranda Frasca, s’impegnò a fornire la neve giornalmente. In cambio, però, chiedeva non poter vendere neve altra persona, se non grano uno di meno al rotolo di questa dell’offerente, previo permesso in scritto dal Sindaco, da riferirsi all’offerente tre giorni prima d’incominciare la vendita [per mezzo] d’un usciere comunale colla condizione di avvalersi una tal persona delli mulattieri obbligati coll’offerente e pagare agl’istessi coll’assistenza ed intervento del medesimo, per scontarsi l’avviso agli stessi dato, e non volendo più vendere detta neve la debba manifestare all’offerente tre giorni pria.

Francesco Ignazio, dunque, non fu un semplice commerciante di neve, ma un vero e proprio imprenditore, in grado di gestire attività complesse e integrate (approvvigionamento, trasporto, bottega di sorbettiere con produzione di sorbetti, granite e gelati; attività commerciale, appalti pubblici, ecc.). La vendita della neve costituiva un’attività stagionale ma redditizia.

La clausola evidenzia il tentativo di controllare un passaggio nodale nell’economia della neve, il trasporto, utilizzando i mulattieri «obbligati coll’offerente». L’asta fu vinta poi da don Vincenzo Di Martino con un’offerta di 31onze e 6 tarì.
Francesco Ignazio, dunque, non fu un semplice commerciante di neve, ma un vero e proprio imprenditore, in grado di gestire attività complesse e integrate (approvvigionamento, trasporto, bottega di sorbettiere con produzione di sorbetti, granite e gelati; attività commerciale, appalti pubblici, ecc.). La vendita della neve costituiva un’attività stagionale ma redditizia.

Dai registri daziari sui carichi di neve risulta che, nel giugno 1827, Bonajuto introdusse in città 720 rotoli di neve, pagando 36 onze di dazio al collettore comunale Emanuele Abbate. Nel luglio dello stesso anno, il Nostro raggiunse il picco con 1200 rotoli di neve, per poi scendere nell’agosto successivo a 600 rotoli, come attestano gli Statini mensili del dazio comunale sulla neve in economia. In tre mesi, Bonajuto aveva introdotto oltre 2500 rotoli, per un ricavo di circa 60-62 onze (oltre 11 mila euro d’oggi) al netto del dazio. Nel luglio 1828 introdusse 330 rotoli di neve e 600 in agosto. Pur considerando i costi del trasporto (11 tarì il carico da pagarsi ai bordonai «in pronti contanti» per complessive 6-7 onze), il rapido deperimento della merce e l’eventuale residuo invenduto, si trattava di guadagni notevoli. Guadagni che impallidivano, però, di fronte a quelli realizzati da Vincenzo Salemi (oltre 4000 rotoli di neve introdotti nel 1827) e Saverio Natale (oltre 3000). Nel 1829, poiché nell’inverno precedente «la ricolta della neve» era stata «ubertosa», la neve si poteva acquistare «dappertutto con tenue prezzo» e il consumo di neve fece registrare un notevole aumento. Tra aprile e giugno del 1830, nel Registro del dazio sull’immissione della neve, si trovano annotati 1800 rotoli accanto al nome di Bonajuto.

Negli anni Trenta, Bonajuto cominciò a “pietrificare” le rendite, investendo i proventi delle sue attività nell’acquisto di immobili urbani. Nel 1833 comprò, per 21 onze una

Casa Palazzello con mettà di cisterna collaterale al dammuso di sotto del detto Palazzello, esistente in questa città, quartiero di Cartellone e contrada al Calvario e confinante con altro dammuso del venditore di Fede, case di detto venditore Verdirame e strada pubblica.

Nel 1853, acquistò una casa palazzata sita in questo Comune, strada del Soccorso, del valore di 120 ducati, confinante con case di Raffaele Agosta e via pubblica.

Questi immobili si aggiungevano ai tredammusi della via Collegio (dal n. 38 al 40).

L’acquisto di case si inserisce probabilmente in una strategia di consolidamento patrimoniale che fa seguito a una fase drammatica per l’economia locale, caratterizzata da un eccezionale susseguirsi di sventure, come l’alluvione del 10 ottobre 1833, l’epidemia di colera del 1837, che mieté centinaia di vittime e polverizzò le fortune di artigiani, “industriosi” e commercianti. Fintanto che prevalsero il disboscamento selvaggio delle colline, l’incosciente prassi di ricavare degli orti direttamente sul letto di torrenti per sfruttarne la fertilità, l’incuria degli amministratori nell’assicurare la pulizia e la manutenzione degli argini, le alluvioni costituirono un pericolo ricorrente per la città e per i suoi abitanti.

L’alluvione del 1833, che anticipò per dinamiche e responsabilità quella ben più disastrosa del 1902, danneggiò abitazioni private e locali commerciali situati lungo le arterie principali, quali le strade Santa Maria, San Pietro, San Paolo e Salone (l’attuale corso Umberto I), ma anche orti, giardini e case alle porte della città. Fino al 1830, l’attuale corso Umberto I era una strada sterrata e priva di selciato che correva ai due lati del torrente, larga circa due metri, con un parapetto costituito da un muricciolo di pietra a secco, alto circa un metro. D’estate, l’alveo del torrente serviva anche da strada percorribile dalle carrozze. Periodicamente, i nobili facevano sgomberare a proprie spese l’alveo da tronchi, pietre e detriti depositati nella stagione delle piogge dalla furia delle acque, ma soltanto nei tratti di loro interesse, per lo più quelli urbani. L’assenza di manutenzione degli argini, la presenza di massi e ingombri in alcuni tratti e la mancata pulizia del fondo del torrente, aumentavano di anno in anno il rischio di alluvioni e straripamenti. Le piogge straordinarie dell’ottobre 1833 sortirono un effetto devastante. Il vol. 176 del fondoComune di Modica contiene l’elenco dei danni subiti dagli edifici e dei beni perduti nell’alluvione da oltre 330 cittadini. Tra questi non figura il nome di Francesco Ignazio Bonajuto, cosa che porta a escludere che la sua bottega si trovasse lungo gli assi viari devastati dal fango e dall’acqua. Ciò confermerebbe che la bottega dei Bonajuto aprì in centro solo agli inizi degli anni Quaranta, quando Modica, per dirla con le parole dello storico Filippo Renda, «prese un aspetto imponente, magnifico e delizioso insieme», con il ripristino dei ponti, delle strade e di «sontuosi edifizi».

Nell’aprile-giugno 1837 il volume di neve introdotta da Bonajuto in città toccò i 1900 rotoli, come nel 1830. Nel giugno 1837, la ditta si aggiudicò l’appalto del dazio della neve per 21 onze annue di fitto, con un prelievo daziario di un grano a rotolo su cui l’imprenditore incassava una percentuale del 20% circa.

La nuova bottega nel cuore della città e l’ingresso del figlio Federico che «fatigava da cafettiere», conferirono un nuovo protagonismo all’azienda che, in tal modo, superò l’impasse legata alle sventure che si abbatterono sulla città. Nell’aprile-giugno 1837 il volume di neve introdotta da Bonajuto in città toccò i 1900 rotoli, come nel 1830. Nel giugno 1837, la ditta si aggiudicò l’appalto del dazio della neve per 21 onze annue di fitto, con un prelievo daziario di un grano a rotolo su cui l’imprenditore incassava una percentuale del 20% circa. Il verbale ottocentesco, di cui riportiamo uno stralcio, offre uno spaccato degli usi del tempo in fatto di aste pubbliche:

Il centro storico di Modica nei primi del Novecento

Si è aperto l’incanto sull’offerta del cennato Don Francesco Bonajuto – si legge – e annunziatosi il fitto sul piede di onze 21 annue, abbiamo fatto accendere una candela ove si è attaccata una moneta, ed avendo fatto reiterare la voce replicate volte, nessun altro migliore offerente ha comparso. Indi caduta dalla candela la moneta, abbiamo aggiudicato il fitto al medesimo di Don Francesco Ignazio Bonajuto per la somma di onze 21 annue pagabili in contanti prima d’immettere nel materiale possesso coll’acquisto dei quinti sull’aumento in onze 12.3 [tarì]. 9 [grani] da scemarsi dalle onze 21 che equivalgono per la cauzione.

Di lì a poco una nuova sventura si abbatté sull’Isola, con conseguenze tragiche anche per l’ex capitale della Contea. L’epidemia di Cholera morbusgiunse a Modica alla fine di agosto del 1837. Il «flagello scappato dall’Asia» aveva fatto il suo ingresso a Genova nell’estate del 1835, dopo aver seminato la morte in tutta Europa. È dell’agosto di quell’anno la prima circolare emanata dal magistrato di Salute pubblica di Palermo per impedire la diffusione del terribile morbo in Sicilia. Nelle disposizioni rivolte alle comuni, si chiedeva di provvedere alla nettezza delle strade, e delle abitazioni, non che alla salubrità dell’aria, ove fosse alterata da acque stagnanti, o putridi accumulamenti, procurando lo allontanamento di ogni causa produttrice di aria malsana.

La circolare raccomandava di depurare l’acqua e di evitare «i piaceri troppo vivi e sfibranti» come «la crapula e il vino», respirare aria pura e di lavarsi almen due volte la settimana l’estremità inferiori, e tutto il corpo ogni quindici o venti giorni.

Si diedero disposizioni affinché le aromaterie fossero ben provviste di medicamenti. Furono potenziati i cordoni sanitari per filtrare il movimento di uomini e merci che giungevano via terra e via mare. Chi non aveva la «bolletta sanitaria» che attestasse lo stato di salute, non poteva circolare. Limitazioni furono applicate anche alla circolazione delle merci e alle attività come la macellazione, la concia delle pelli, la macerazione del lino e della canapa, che creavano «liquami putridi». La Corte protomedicale di Modica accolse prontamente le disposizioni giunte da Palermo, istituendo un cordone sanitario fra Santa Maria del Focallo e la «Costa d’Aliga» (l’attuale Cava d’Aliga, frazione marinara di Scicli), con la costruzione di diverse «pagliaie» per i rondieri di guardia. Gabbiotti di controllo furono eretti anche alle porte della città per controllare l’entrata e l’uscita di uomini, animali e merci. I membri della Corte imposero lo sgombero di alcune discariche all’interno dell’abitato e la bonifica di numerosi «depositi di lordure» lungo il corso dei torrenti cittadini, vietarono la vendita di animali morti per vecchiaia o malattia, e obbligarono i medici della città a comunicare alla Corte la presenza di eventuali ammorbati. La Corte deliberò l’allontanamento dalla città di mendicanti e poveri, i più esposti al contagio, che furono concentrati in un edificio detto “la Torre”, fuori dall’abitato. S’istituirono ospedali, lazzaretti e cimiteri di fortuna per le vittime, in un via vai di portantine, carri per il trasporto dei cadaveri, barelle e barellieri. Si stabilirono anche tridui di preghiera per scongiurare l’arrivo della pestilenza in città. Il numero crescente di circolari e regolamenti, con il trascorrere dei mesi, indica il terrore per l’appressarsi dell’epidemia, contro la quale la medicina dell’epoca sembrava impotente. Dal 22 giugno, data del primo caso accertato a Palermo, al 10 ottobre, giorno dell’estinzione ufficiale del colera, in Sicilia si registrarono quasi 70 mila morti. Alla fine di ottobre il «mortifero vomito orientale» fece la sua ultima vittima a Modica, lasciando dietro di sé 420 morti e un’economia in ginocchio a causa delle numerose limitazioni al commercio. In quei giorni, gli aromatari e i venditori di neve, «per ragioni d’emergenza pubblica e sanitaria», avevano fornito gratis neve e medicamenti necessari alla cura del morbo. Cessata l’emergenza, presentarono il conto alla Comune che, nonostante ciò, non riuscì a onorare i debiti.89 La situazione si ripeté nel 1857, quando in occasione di una nuova epidemia di colera nella Valle di Noto, la Comune di Modica distribuì gratuitamente la neve alla popolazione bisognosa. Come nel 1837, l’impossibilità di pagare i fornitori, che nell’emergenza avevano anticipato somme notevolissime di tasca propria, condusse alla rovina alcuni operatori del settore.

Nel 1843 Federico Bonajuto ottenne l’“abbasto” (voce dialettale per fornitura) della neve per il biennio 1844-45, con la fideiussione del padre Francesco Ignazio. L’Atto di aggiudicazione diffinitiva pel fitto del dazio sulla neve riporta la cronaca dell’appalto.

Nei primi anni Quaranta, Francesco Ignazio lasciò spazio al figlio nella bottega, per dedicarsi a un’attività finanziaria (prestiti a interesse, fidejussioni a imprenditori della neve in cambio della partecipazione agli utili). Nel 1843 Federico Bonajuto ottenne l’“abbasto” (voce dialettale per fornitura) della neve per il biennio 1844-45, con la fideiussione del padre Francesco Ignazio. L’Atto di aggiudicazione diffinitiva pel fitto del dazio sulla neve riporta la cronaca dell’appalto.

Alle ore 14 del 30 ottobre 1843 nella cancelleria comunale, il sindaco Saverio Scrofani, assistito dal cancelliere Carmelo Scolari e dal primo eletto Francesco Squaglia, visto l’avviso pubblico d’asta del 26 ottobre, vista l’aggiudicazione provvisoria del dazio sulla neve a Federico Bonajuto per 89 ducati e 10 tarì annui «con tutti li patti, e condizioni proposte dal Decurionato ed approvate dal Signor Intendente», dichiararono aperta l’asta con l’accensione della candela. Il cancelliere lesse pubblicamente le carte e il messo comunale («serviente») Antonino Muscia bandì ad alta voce che «era permesso ad ognuno di licitare sullo affitto sudetto, con tutte le condizioni approvate onde aumentarsi lo estaglio».

Don Vincenzo Modica Salemi aprì le trattative con l’offerta di 90 ducati annui. A quel punto si fece avanti don Federico Bonajuto, offrendone 96. Essendosi spenta la candela, il sindaco e il cancelliere aggiudicarono l’affitto della neve a don Federico per gli anni 1844 e 1845. Il padre Francesco Ignazio garantì la somma, ipotecando una casa palazzata nella strada Cartellone del valore di 63 ducati.

Il 22 e 23 giugno 1844, le cronache registrarono un evento memorabile: la visita del re Ferdinando II di Borbone e della consorte Maria Teresa a Modica. La Comune fu costretta a un notevole esborso per assicurare un soggiorno confortevole ai sovrani. I bordonari dovettero lavorare notte e giorno per garantire la neve necessaria a refrigerare il «pesce di taglio» della tonnara di Marzamemi, le «spinole» di Pozzallo, «rotoli 12 di amarena, rotoli 6 e ? di fragoli, fatti venire da Scicli» da «rendere in composta», le 12 bottiglie di «schiampagna», le 6 di vermouth e una quantità imprecisata di rum e vino locale che il «cuciniere» netino Francesco Foresta aveva ordinato per il banchetto reale. Il 21 giugno la Comune pagò 12 ducati per la consegna straordinaria di tre carichi di neve al carrettiere Rizza. Il 22 l’Intendente commissionò al carrettiere Spada due viaggi a Catania, alle pendici dell’Etna, per rifornire la città (segno dunque che la neve disponibile d’ordinario nelle neviere iblee era terminata).92 Bonajuto, collettore daziario, fece affari d’oro. Anche negli anni 1845, 1846, 1850, 1851 e 1852, Federico si aggiudicò l’appalto della neve, con la fideiussione del padre.93 L’offerta per l’abbasto della neve del 1845 è particolarmente interessante perché, tra le condizioni stabilite, c’era quella di

vendere la neve dalla spunta del giorno sino alla sera ore 4 nel locale contiguo al Palazzo del sig. [Giovanni, n.d.a.] Linguanti, Strada di San Pietro.

L’analogo documento del 1846 aggiunge un altro dettaglio: l’«officina» si trovava nei pressi del ponte di San Pietro. I due documenti consentono dunque di localizzare con precisione la bottega dei Bonajuto.

Per questo il primo cittadino aveva consentito che il sorbettiere don Francesco Bonajuto col permesso dello incaricato facesse venire pei suoi bisogni la neve, con l’obbligo di doverla vendere pure a chi ne ha bisogno dei comunisti [gli abitanti della Comune, n.d.a.] al prezzo di grani 2 col peso di onze 37 per ogni rotolo.

Tra le condizioni d’appalto, inoltre, comparve l’obbligo di preavviso di almeno 24 ore per forniture extra di neve nel caso di «passaggi di truppe» e «venuta di alti personaggi».96 Durante «feste pubbliche, civili o religiose», quando il consumo di neve cresceva, Federico s’impegnava ad aumentare il numero dei bordonai e a intensificare la frequenza dei viaggi nelle neviere di Chiaramonte, assoggettandosi a una multa di onze 2,90 nel caso in cui la neve fosse mancata. La clausola indica come Federico potesse contare su un’organizzazione flessibile ed efficiente, in grado di gestire anche le situazioni di emergenza. La conferma viene da una relazione sull’andamento dei dazi della carne e della neve nell’ottobre 1847, in cui il sindaco di Modica si lamentava con l’Intendente per i disservizi verificatisi nell’abbasto della neve. Quell’anno l’appalto era in mano a don Vincenzo Lorefice da Chiaramonte, il quale gestiva gli affari a distanza, tramite un suo rappresentante locale. A un certo punto, però, la neve era terminata. Il sindaco aveva chiesto spiegazioni e il procuratore del Lorefice gli aveva fatto capire «di non sperar neve più oltre», poiché le cisterne di Chiaramonte erano rimaste a secco. Per questo il primo cittadino aveva consentito che

il sorbettiere don Francesco Bonajuto col permesso dello incaricato facesse venire pei suoi bisogni la neve, con l’obbligo di doverla vendere pure a chi ne ha bisogno dei comunisti [gli abitanti della Comune, n.d.a.] al prezzo di grani 2 col peso di onze 37 per ogni rotolo.

Bonajuto, dunque, con la sua organizzazione era in grado di subentrare all’appaltatore e procurarsi la neve nonostante le neviere del circondario fossero rimaste a secco, riuscendo là dove il concorrente chiaramontano aveva fallito.

Chiunque sia lo appaltatore – commentava il Sottintendente in una lettera di poco successiva – sono la elezione di domicilio ed è il suo carattere le cose che avrebbero dovuto garantire il pubblico.

Testamento di Francesco Ignazio Bonajuto (1854)

Simili qualità, in un’epoca dominata dal modello della bottega di comunità, erano fondamentali per il successo di un’impresa. Occorre ricordare che a quel tempo la bottega rifletteva la chiara impronta dell’individuo che la gestiva, ed era basata su un modello di compravendita personalizzato collegato alla dimensione limitata del quartiere o del paese di cui il commerciante conosceva le preferenze, le scelte, lo stile di vita e la capacità di acquisto dei propri clienti.

Negli anni seguenti, i Bonajuto continuarono a essere protagonisti del mercato della neve. Nel 1850, Francesco Ignazio partecipò all’appalto della neve con la fideiussione di Antonino Nicosia da Chiaramonte. Nel 1851, prestò garanzia per Orazio Anello, che concorse all’appalto sul dazio della neve. Nel 1853, ipotecò una casa palazzata ubicata nella strada del Soccorso del valore di 120 ducati, confinante con le case di Raffaele Agosta e con la via pubblica, come garanzia dell’offerta avanzata da Pietro Tona.

Gli affari prosperavano, e nei ruoli dell’esattoria comunale Francesco Ignazio era definito «commodo», cioè benestante. Non tutti si erano arricchiti con la neve: il caffettiere Giuseppe Melita, figlio del maestro Angelo, droghiere e caffettiere che nel 1824-25 figurava negli elenchi protomedicali, viveva in «ristrette finanze», e don Gaetano Cesareo, droghiere, era «fallito».101

I fattori di crescita dell’impresa avviata da Francesco Ignazio, dunque, possono riassumersi nell’integrazione verticale dei settori quali l’appalto della neve, il controllo del trasporto mediante bordonari, la sorbetteria, la gelateria, la caffetteria; nella capacità organizzativa, nell’attività creditizia, che serviva all’autofinanziamento dell’impresa, e in ultimo, nell’abilità con cui aveva saputo conquistare la fiducia di amministratori, fornitori, prestatori d’opera e consumatori.

Tuttavia, nel 1853, a seguito dell’acquisto di una casa palazzata, di alcune stagioni in perdita e della bancarotta di certi imprenditori ai quali aveva prestato somme di denaro, Bonajuto si trovò in difficoltà economiche. È quanto emerge da una supplica di Francesco Ignazio al Sottintendente di Modica, del 26 luglio di quell’anno. Nella missiva, l’anziano imprenditore lamentava di essere obbligato a vendere la neve al pubblico per 7 grani al rotolo «pel motivo che in quei tempi [quando cioè si era aggiudicato l’appalto, n.d.a.] l’acquistava a tarì 12 a carico». Ma «per disgrazia del ricorrente» il prezzo della neve era aumentato alla fonte di tarì 6, sicché ora un carico costava 18 tarì.

Sebbene per effetto del contratto – scriveva – non potrebbe il petente risalire, pure conoscendo ella come saggio impresario la manifesta perdita che viene giornalmente a soffrire, la prega perché si degni ordinare che il prezzo invece di grani 7 a rotolo, sia di grani 8, non portando il piccolo aumento del grano nessun dissesto ai particolari compratori, attesa la frazione che ricade infra il rotolo, ma solleverà certamente le angustie di un infelice che va tenuto, praticando diversamente, alla rovina de’ suoi interessi.

L’ipoteca sugli immobili (nel 1851 per Orazio Anello, nel 1853 per Pietro Tona), l’immissione della neve in perdita e qualche speculazione sbagliata costrinsero Francesco Ignazio a indebitarsi.

L’ex sorbettiere, infatti, morì lasciando oltre 150 onze di debiti sulle spalle del figlio.

Il primo dicembre 1854, sentendo appressarsi la morte, Francesco Ignazio chiamò al suo capezzale il notaio Giuseppe Ragusa che «all’ore diciassette d’Italia» lo raggiunse nella sua casa palazzata di Cartellone per rogare il testamento.

Il primo dicembre 1854, sentendo appressarsi la morte, Francesco Ignazio chiamò al suo capezzale il notaio Giuseppe Ragusa che «all’ore diciassette d’Italia» lo raggiunse nella sua casa palazzata di Cartellone per rogare il testamento. Qui, in una stanza al piano di sopra, illuminata dalla luce naturale che entrava da un finestrone rivolto a oriente, Francesco Ignazio, «sebbene malato di corpo, sano però per la Dio grazia di tutte le facoltà intellettuali», dettò le sue ultime volontà alla presenza dei familiari, dei «civili» Emanuele Barone, Salvatore Terranova, Francesco Paolo Gravino e dell’agrimensore Raffaele Gennuso, testimoni.

Raccomando l’anima mia al sommo ed immortale Signore ed alla Beata Vergine Maria – si legge – Voglio che il mio corpo divenuto cadavere sia sepolto nella chiesa di Sant’Anna di questa Comune con erogarsi per mie spese funebri tutto quello che piacerà a mia moglie ed ai miei figli, nonché a mio fratello Padre Vincenzo Bonajuto religioso di Sant’Anna.

Fin qui la premessa, che lascia trapelare la profonda religiosità e l’attaccamento al fratello Vincenzo, al secolo Silvestro Emanuele. Poi passava all’eredità materiale.

Istituisco per mio erede legittimo mio figlio don Federico Bonajuto, e lascio atto presso in isconto della legittima predetta il fattojo del ciccolatte con tutti gli ordegni ad esso pertinenti senza nulla eccettuare o riserbare. Dichiaro aver ricevuto da mia moglie le doti in onze ventiquattro compresi onze sedeci in prezzo di casa, quali voglio che fossero prelevati pel mio asse patrimoniale. In tutto lo resto de’ miei beni mobili immobili urbani rusticani, crediti, azioni, ragioni pretese ed altro senza niente eccettuare o riserbare istituisco e nomino per miei eredi universali e particolari a detta mia moglie Donna Vincenza Mazza, e ai miei figli Vincenzo e Rosalia Bonajuto e Mazza in uguale porzione e parte senza differenza alcuna. Mi dichiaro debitore in favore di Don Carmelo De Majo in onze centodieci in danari, quali voglio che si pagassero allo stesso col prezzo delli quintali venti cedrato che mi trovo manipolato dentro la mia caffetteria, e detta somma restar debbe a peso esclusivo de’ detti miei eredi universali. Mi dichiaro altresì debitore in favore di esso de Majo in onze trentaquattro residue di quelle onze centotrentasei che mi mutuò per atto in notar Failla, perché il dippiù mi trovo averlo pagato e quest’altra somma voglio che si paghi da detti mie eredi universali col prezzo del cedrato. Mi dichiaro ben pure debitore in favore di Don Pietro Barbiero in onze tre e tarì diciotto in prezzo di caffè e altri oggetti che restano anche a prezzo de’ detti miei eredi universali.

Istituisco per mio erede legittimo mio figlio don Federico Bonajuto, e lascio atto presso in isconto della legittima predetta il fattojo del ciccolatte con tutti gli ordegni ad esso pertinenti senza nulla eccettuare o riserbare.

Era il bilancio di una vita che si chiudeva con un passivo materiale (150 onze di debiti nei confronti di Carmelo De Majo e Pietro Barbiero), ma con un attivo morale. Il passivo materiale non destava grosse preoccupazioni a fronte del patrimonio familiare (beni mobili, immobili urbani, crediti, azioni, ecc.) e della solvibilità dell’azienda (venti quintali di cedrato stoccati nella bottega). L’attivo consisteva nell’insegnamento morale e professionale trasmesso al figlio Federico, al quale non a caso lasciava «in isconto della legittima […] il fattojo del ciccolatte con tutti gli ordegni», cioè a dire gli strumenti di lavoro e il compito di succedergli nel mestiere di caffettiere e cioccolatiere, destinando agli altri eredi i beni mobili e immobili.

Francesco Ignazio si sarebbe spento alle ore 8 del 13 dicembre 1854, nella sua casa di Cartellone, con le finestre che guardavano a oriente.


Dal 2018 la denominazione “Cioccolato di Modica” è esclusivamente riservata al prodotto IGP, Antica Dolceria Bonajuto dopo attenta riflessione ha deciso di non aderire al regime di controlli pertanto il cioccolato da noi prodotto non può più essere definito “di Modica”, per approfondimenti clicca qui.


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